In
parte per esperienza diretta ed in parte per aver sentito raccontare cercherò
di descrivere le modalità e gli strumenti anche di tipo economico che
consentivano alle persone del nostro paese che si ammalavano decine di anni fa,
di avere una diagnosi e la successiva cura della malattia.
Come
ciò avveniva prima della riforma del Servizio Sanitario Nazionale del 1980.
Per
i lavoratori dipendenti c’era l’INAM o più comunemente detta “cassa malati” istituita
nel lontano 1923. Poi c’era la cassa mutua per i coltivatori diretti istituita
nel 1955, la cassa mutua degli artigiani costituita nel 1957 ed infine la cassa
mutua dei commercianti istituita nel 1961.
Questi
enti assistenziali dei lavoratori autonomi di solito pagavano la retta
ospedaliera e solo in qualche caso rimborsavano le spese del medico condotto
per le visite ambulatoriali o a domicilio, tutte le medicine invece bisognava pagarle
di tasca propria.
A
questa regola c’era un’eccezione che consentiva alle persone prive di qualsiasi
mezzo di sostentamento ed iscritte in apposito registro (elenco dei poveri ) di
avere ugualmente l’assistenza del medico condotto a spese del Comune.
L’INAM invece, che assicurava i lavoratori
dipendenti e i loro familiari a carico, provvedeva direttamente a pagare il medico
ed i farmaci necessari alla cura della persona ammalata.
Questo
ente aveva anche il compito di verificare lo stato di salute dei lavoratori
dipendenti che inoltravano i certificati medici di malattia.
Le
persone della mia età ricorderanno certamente il dott. Orazio Marengon, che a “campione
“ si presentava a casa dei pazienti per verificarne le condizioni di salute, ed
eventualmente autorizzarne la prosecuzione retribuita del periodo di assenza
dal lavoro.
All’epoca
( come purtroppo sta accadendo anche ora )molta gente non aveva un’occupazione
fissa, ma era costretta a svolgere dei lavori saltuari o stagionali all’
estero, quindi in caso di malanno era “scoperta” nel pagamento nelle spese sanitarie
da affrontare.
In
questo quadro normativo meno favorevole dell’attuale, noi cittadini di San
Pietro potevamo dirci fortunati, in quanto fino agli anni Sessanta circa, chi
apparteneva ad una famiglia di regoliere poteva rivolgersi all’ente Regola per
chiedere il pagamento sia dell’assistenza farmaceutica (bastava la firma del
Capo Regola sulla ricetta o prescrizione medica ), oppure il pagamento della
retta ospedaliera in caso di ricovero.
Poi,
per forza di cose e con il venir meno dei mezzi economici a disposizione delle
Comunioni Familiari anche questo “benefit” cessò.
All’interno
del Comune la figura principale e più autorevole in campo sanitario era il
medico condotto, denominazione della professione che durò fino al 1988; infatti,
in seguito alla suddetta riforma tale figura assunse la qualifica di medico di
medicina generale convenzionato con il Servizio Sanitario Nazionale e le cose
cambiarono completamente nel rapporto medico-paziente. Inizialmente nel nostro
Comune l’ unico l’ambulatorio medico era ubicato di fianco al municipio, solo
successivamente ne venne aperto un’altro nella casa della Regola di Costalta.
A
quel tempo i medici non avevano come supporto alle diagnosi delle malattie i
mezzi che la tecnologia mette ora a loro disposizione, potevano contare
unicamente sulla loro abilità ed esperienza professionale nell’individuare le patologie
che il paziente accusava di soffrire.
Piccoli
interventi chirurgici, estrazioni dentarie, ingessature per rotture degli arti
venivano fatte in loco dal medico condotto.
Ricordo
anche di persone che nei mesi invernali in preda ad una crisi per un attacco
acuto di appendicite, oppure per un’ulcera allo stomaco con conseguente emorragia,
furono portate a valle dai paesi alti con la lióda, (grossa slitta di legno) per
poi proseguire con una autovettura a noleggio fino all’ospedale più vicino.
Si
veniva ricoverati ad Auronzo dove era primario il prof. Arrigoni, oppure alla
Casa di Cura ( così si chiamava allora ) di Pieve, struttura diretta dal prof.
Cappellari, mentre per i casi più complicati si doveva proseguire fino a
Belluno.
Qui,
l’ospedale civile provinciale aveva come primario del reparto di chirurgia il
prof. Broglio, illustre chirurgo dell’epoca, mentre il reparto di medicina
generale era diretto dal prof. Angelini, noto e stimato clinico.
Passo
ora ad elencare i nomi dei medici che hanno meritoriamente prestato la loro
insostituibile opera nella condotta del Comune di San Pietro: dott. Amadori
anni Trenta, dott. Da Vià anni Quaranta primi anni Cinquanta, il dott. Garro e
il dott. Renzo Ripoli negli anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta, il dott.
Paolo Zambelli Franz negli anni Sessanta fino alla quiescenza nel 1999.
Poi
c’era la farmacia che fino ai primi anni cinquanta si trovava in un locale all’interno
della villa Cesco-Sarmantini a Mare ed era gestita dal dott. Cesare Riva.
Solo
verso la metà degli anni Cinquanta si spostò nella nuova sede in via Piave dove
nel frattempo era stata costruita la nuova casa della famiglia Riva.
Nei
primi anni Sessanta il dott. Riva si trasferì a Castion (BL).
Seguì
una gestione “provvisoria” da parte del dott. Chenet di Caprile, poi arrivò definitivamente
il dott. Bruno Zanon fino agli anni
Novanta.
Poiché
l’abitazione dei consorti Riva era proprio di fianco alla mia casa paterna, da
ragazzino avevo fatto amicizia con il figlio Ernesto (egli pure farmacista e rinomato
esperto di piante medicinali).
Già
allora il papà, alcune volte d’estate ci portava con la macchina sull’altopiano
di Casera Razzo perché dessimo una mano a raccogliere i fiori d’arnica che poi
gli sarebbero serviti per preparare dei medicinali.
Dobbiamo
anche ricordare il fondamentale ruolo delle ostetriche o più comunemente
denominate levatrici, in quegli anni si partoriva in casa e non all’ospedale,
quindi tutta la gravidanza e l’atto finale della nascita erano letteralmente in
mano e affidate al senso di responsabilità di queste benemerite persone; i loro
nomi: la Sorana
( Maria De Bettin ) e Genia ( Eugenia Casanova Municchia) a Costalta, Regina
Zampol Verzo e Elvira Cesco Rosso titolari di condotta a San Pietro.
Inoltre
c’era la signora Anita Pradetto Roman originaria di San Pietro sposata a
Campolongo che svolgeva la libera professione.
Erano
donne che ci hanno visto nascere e seguito nei primi mesi e anni di vita.
A
tutti questi professionisti e professioniste che ho ricordato non può che
andare un nostro pensiero riconoscente ed affettuoso per quanto hanno saputo
dare e fare verso la nostra e loro comunità, basti pensare che molte volte
dovevano spostarsi a piedi da un paese all’altro per prestare la propria opera
verso chi ne aveva bisogno e ciò ad ogni stagione e ad ogni ora del giorno o
della notte.
Concludo
raccontando un divertente episodio che non sono certo corrisponda al vero, so
solo che la voce scherzosa circolava alla metà degli anni Cinquanta: pare che
il medico condotto avesse prescritto delle supposte ad una signora piuttosto anziana,
per la cura di un fastidioso sintomo intestinale e incontrandola per strada
qualche tempo dopo le avesse chiesto se il farmaco aveva fatto effetto e fosse
definitivamente guarita; la signora rispose che sì, ora stava bene però la
medicina era risultata un po’amarognola.
Allora
non c’era molta informazione sull’uso delle medicine sintetiche a cui si
ricorreva solo in caso di gravi necessità, viceversa per i piccoli disturbi si
faceva ancora affidamento ai rimedi della tradizione popolare, tipo decotto di
malva, di lichin, di infusi di arnica
ecc.. Per noi bambini o ragazzi in caso di lieve indisposizione il primo
rimedio a cui ricorrevano le mamme era la somministrazione dell’ olio di ricino,
oppure della “vermolina” ( vermifugo di colore rosso) entrambi medicinali non molto
gradevoli da trangugiare.
Non
era neppure possibile disporre di tutte le specialità medicinali che abbiamo
ora, che assieme ad una più ricca e varia alimentazione e ad una maggiore
consapevolezza con conseguenti corretti stili di vita hanno contribuito non poco ad aumentare la durata
media dell’ esistenza delle persone.
-
Gian Antonio Casanova Fuga -
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