Da
una pubblicazione di Giovanni Fabbiani
apprendiamo che la nostra chiesa fu costruita nel 1285.Venne
edificata nella piccola spianata detta Colle, nel Comun d’
Oltrerino che allora era composto dalle frazioni di
Stamanzello, Stavello,Frainis,Monte, Mare,Presenaio,Valle e
Costalta. Inizialmente la chiesa era composta da una sola navata,
quella centrale; le due laterali furono aggiunte nel 1700. In questa
data si sostituirono gli originali porticati documentati in un
affresco visibile a Palazzo Poli, attuale municipio. I varchi di
collegamento delle navate laterali alla navata centrale furono
eseguiti realizzando dei pilastri quadrangolari con uso di pietrame
calcareo e tufaceo, con una modalità e uno stile di costruzione
riferibile alla famiglia Roupel di Cargna.
Nel 1929 venne rifatta la facciata principale della chiesa e si
crearono i due accessi frontali alle navate laterali.
Prima le porte erano poste una sul lato destro e una sul lato
sinistro dei muri perimetrali della chiesa. Sempre in questa data
furono collocate sulla facciata le lapidi in onore dei caduti in
guerra, lapidi che furono rimosse nel restauro del 2002 in seguito
alla costruzione del monumento agli alpini vicino alla chiesa
medesima. Nel 1929 venne anche rifatto il tetto che era costruito in
scandole e sostituito con la lamiera. Il terreno nelle immediate
adiacenze della chiesa era adibito a camposanto, come è ancora in
uso nella vicina val Pusteria ed in Austria. Lo spostamento del
cimitero a “Piöndarin” sicuramente avvenne in seguito
alla normativa Napoleonica recepita dalla legislazione del regno
d’Italia, che sul finire del Milleottocento decretava ( per motivi
igienico-sanitari) di allontanare di almeno duecento metri dai centri
abitati le sepolture delle persone. Prima della riforma conciliare
degli anni Sessanta all’interno della chiesa c’erano tre altari:
quello centrale, ovvero l’altare maggiore in marmo bianco con parti
di color rossiccio chiaro e due laterali, quello di destra in onore
di Santa Lucia con una pala i cui sono ritratti S. Pietro e S.
Osvaldo che fanno da corona alla santa all’interno di una cornice a
specchiera e quello di sinistra in onore della Madonna di Lourdes.
Nella navata centrale c’era un grande lampadario con delle
ramificazioni che terminavano a forma di foglia e di calice di fiore,
probabilmente costruito a Murano (VE). Poi c’erano le due balaustre
che separavano il presbiterio dall’aula dell’assemblea dei
fedeli, anch’esse in marmo bianco con colonne rossiccio chiaro dove
ci si inginocchiava per ricevere la comunione. Tre quadri antichi
tutt’ora visibili sono la pala dipinta da Marco Vecellio sulla
parete di fondo dell’abside che rappresenta i santi Pietro Paolo e
Simone, mentre ai lati ci sono i dipinti de il Buon Pastore e San
Paolo. L’organo meccanico Tamburini venne rifatto alla fine degli
anni Sessanta. Dopo aver descritto molto sommariamente la cronistoria
del nostro edificio sacro, mi sembra doveroso ricordare che nel 1386
venne a risiedere a San Pietro il primo cappellano con facoltà di
amministrare i Sacramenti e solamente nel 1857 la chiesa fu staccata
da Santo Stefano e considerata parrocchiale a tutti gli effetti. Con
l’occasione permettetemi di ricordare anche l’esperienza di noi
bambini degli anni Cinquanta nella mansione di chierichetti, o nel
“servir messa”, come si diceva allora. La messa veniva officiata
in latino e dunque bisognava imparare a memoria le risposte alle
preghiere del sacerdote, anche se non conoscevamo bene il significato
di quanto si andava rispondendo. Con il rito precedente al Concilio
Vaticano 2° il sacerdote officiava la messa rivolto verso l’altare
e non verso i fedeli, come ora. Solo in alcuni momenti la
celebrazione prevedeva che le invocazioni dell’officiante venissero
fatte voltandosi verso i fedeli. All’offertorio i chierichetti
sollevavano la pianeta indossata dal sacerdote e scampanellavano per
informare i fedeli di mettersi in ginocchio: era infatti giunto il
momento della consacrazione del pane e del vino. Per noi ragazzini
fare i chierichetti era motivo di orgoglio e comportava anche dei
piccoli vantaggi economici, perche nelle celebrazioni di matrimoni
oppure in occasione di funerali, i familiari delle persone per i
quali si celebrava la Santa Messa lasciavano qualche soldino di
mancia anche ai chierichetti. Nei giorni feriali la messa era
celebrata alle sei del mattino, quindi la sveglia suonava molto
presto e d’inverno si percorreva il sentiero di Col con il
buio. Ricordo che qualche compagno di “servizio” calzava i zochi
(scarponi con la suola di legno), che una volta bagnati
camminando sulla neve, scivolavano sul pavimento di marmo e creavano
difficoltà, quando da inginocchiati dovevamo alzarci in piedi.
Altro divertimento per noi ragazzini era aiutare il buon Santino
( il sagrestano dell’epoca) a suonare le campane. Allora venivano
azionate con delle lunghe funi che dalla cella campanaria scendevano
fino cella posta alla base del campanile. Nel mese di maggio poi,
ogni sera c’era il fioretto alla Madonna e non si poteva mancare,
anche perché dopo la funzione ci si divertiva a catturare i
maggiolini ( ora scomparsi ) che nidificavano in abbondanza nelle
piante di latifoglie site nelle vicinanze della chiesa. Vorrei
terminare questo racconto con una richiesta. Fino agli anni
Settanta/Ottanta da Mare si poteva ammirare distintamente il
bell’edificio della nostra chiesa, mentre ora si vede solamente una
parte del campanile. Infatti, nel pendio sottostante sono cresciuti
degli alberi di abete che ne ostacolano la vista. Non sarebbe
possibile togliere questa “barriera” che impedisce di ammirare
uno dei nostri tesori architettonici? Penso non sia impossibile
risolvere questo problema e ridare così la possibilità di ammirare
la chiesa anche dal fondovalle.
-
Gian Antonio Casanova Fuga-
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