Il taglio del bosco con la
vendita delle taié ( tronchi ) ha costituito da tempo
immemorabile una delle principali risorse economiche della nostra gente durante
il trascorre degli anni e dei secoli che ci hanno preceduto. Basti pensare all’
istituzione delle Regole o Comunioni Familiari che con i loro laudi e statuti
hanno disciplinato anche tale materia da oltre un millennio. Ebbene, tempo fa
ho avuto modo di leggere uno scritto di Orazio De Zolt Soch di Campolongo relativo
alla tecnica dei lavori boschivi in Comelico. Il personaggio era molto noto e
considerato, un vero tecnico del settore, ricordo di averlo conosciuto nel bar
di famiglia negli anni Cinquanta. In tale interessante articolo veniva
riportata la tecnica di utilizzazione del nostro patrimonio boschivo, con la
consuetudine da sempre messa in pratica nella nostra zona : tòle e lasà (prendere e lasciare ). Ovvero, tagliare solo alcuni degli
alberi maturi mantenendo al bosco una sana trasparenza, e cioè il contrario del
taglio a raso praticato nella vicina Austria ed in Punteria. Vi è descritta la tecnica dell’abbattimento
delle piante mature nei primi decenni del Novecento, ( 12 once-circa 35 cm a 4 metri di altezza ) e il loro
allestimento con scalo a strada. Un pianta matura e di buon aspetto può “dare”
fino a sette tronchi oltre al cimale. Alle piante con qualche difetto o del marcio
alla base prima venivano sezionati i mute
o bóre (zoccoli ) che a quel tempo servivano per ricavare la sandla (scandole),
da usare nella copertura dei tetti di case e fienili. Prima dell’ attuale meccanizzazione con l’ uso di motoseghe e
processori, il lavoro veniva effettuato esclusivamente a mano con le manère ( scure ) da taié (abbattimento
dell’albero), da scavazà ( sezionatura dell’ albero in tronchi) o da dramà
( togliere i rami ). I primi segoni di tipo americano ( sión) da noi arrivarono alla fine
degli anni Venti, questo nuovo utensile se ben usato da due esperti boscaioli permetteva
di abbattere una pianta nel giro di pochi minuti, mentre il taglio a manéra richiedeva maggior tempo e grande
abilità nell’uso della scure. La prima motosega arrivò in Comelico nel 1956.
Ritornando ai primi del Novecento una volta abbattuta la pianta: larice (Larés), abete bianco (Vdì),
abete rosso (Pzö) venivano sezionati
i tronchi, tagliati i rami, tolta la corteccia, fatta la corona o pilón e le taglie lasciati ad essiccare su letto di caduta fino alla stagione
fredda; poi, se il bosco era in pendenza con l’ ausilio di robusti cavalli da
tiro si procedeva al successivo scalo ( imbigné)
in risine o lisse in fondo della quale
si formava il tasón ( catasta ).
Nei boschi piani o semipiani
l’ operazione avveniva attraverso le bigozére
( piste di terra ) con le bigòze
( mezzi carri trainati da cavalli ). Per entrambi questi lavori di
“ammassamento” dei tronchi servivano dei grossi zapins ( zappini ) per far
leva o tirare a forza di braccia il tronco nella posizione voluta.
All’ interno della Val
Visdende era proibita la mnàda ( fluitazione ) del legname, quindi i tronchi
dovevano essere trasportati fino a Ponte Cordevole con il còcio (grosso slittone con pattini ricoperti da una lastra di ferro)
trainato da cavalli, dietro al quale andavano attaccati con lo stròz (gancio di ferro ) alcuni tronchi alla cui
circonferenza veniva applicata una o più catene che dovevano servire a frenare
lo scivolamento sulla strada innevata e ghiacciata del Cianà.
L’ operazione era alquanto impegnativa in
quanto lo slittone con il carico del legname e con le altre taiè a scràsna ( tronchi a strascico) in caso di manovre
sbagliate avrebbe potuto facilmente finire nel sottostante Salvéla o Piave di Visdende.
A Cima Canale questa
operazione di preparazione dei còces
per affrontare la discesa ( Ciarèidói e Ciarèidante ) con una certa
tranquillità era laboriosa e si formavano code anche di una ventina di slittoni
che attendevano il loro turno per scendere a valle. La famiglia di Bissa
( Pontil Scala ) era una delle più attrezzate per lo scalo e trasporto dei tronchi,
operava prevalentemente in Val Visdende ed aveva diverse cubie (coppie) di robusti cavalli da tiro adatti allo scopo. Alla
sera terminato il lavoro i cavalli rientravano in stalla a Cima Mare, sudati e leggermente
fumanti nell’ aria fresca delle sere invernali. Tolti i finimenti e dato loro
un buona biéstra ( brancata ) di
fieno e qualche manciata d’ avena venivano accompagnati a borà ( bere ) alla vicina fontana dove l’ acqua correva giorno e
notte. Le taglie arrivate in fondo alla valle e accatastate in appositi stàziés ( piazzali ) vicini al Piave,
con la mòrbida ( disgelo stagionale )
del mese di maggio potevano essere immessi nelle acque del Piave e con
“assistenza” dei menadàs ( zattieri )
arrivare fino al Cidolo di Perarolo, dove si trovavano
le grandi segherie e industrie del legno di fine Ottocento inizio Novecento.
Per superate certe asperità del corso del Piave venivano creati dei ponti con
tronchi lunghi fino ad otto metri, nella nostra zona era famoso al
sitón dl Agàtona che serviva ad affrontare
il salto che il fiume compie il quel
posto, tutt’ora conosciuto come l’ orrido dell’ Acquatona. Questa pratica durò
fino al 1927 in
quanto con la costruzione della diga della Valle
venne reso vano tale metodo di trasporto del legname. Strumento principale per
questa operazione era il linghé (asta
flessibile molto lunga in legno di betulla ) con un becco ricurvo per arpionare
le taié. Quando il lotto delle piante
da tagliare era consistente e lontano dai paesi e portarsi sul posto di lavoro
al mattino e rincasare alla sera comportava ore di cammino, la prima operazione
che facevano i nostro boscaioli era la costruzione del cadón per dormire in loco. ( Capanna con lo
scheletro di stanghe rivestita con cortecce <
scorze > ), in più c’era una
tettoia esterna ad uso cucina. Il tutto veniva generalmente costruito vicino ad un corso d’
acqua potabile. Per la preparazione dei pasti c’era un cuoco ed un aiuto cuoco,
in dialetto chiamato scotón, a questi competeva il compito di portare l’acqua da bere e il
magiare alla squadra che operava all’ interno del bosco. Di solito il pasto di mezzogiorno consisteva in polenta
e formaggio. Per i lotti importanti la squadra era composta da 20-25 persone ed
il capo o assuntor era eletto democraticamente tra gli operai e
oltre a dirigere i lavori teneva i rapporti con la ditta appaltante. La
retribuzione avveniva a cottimo ( un tanto a taglia ) oppure a economia ( una
tanto a giornata ) .
La giornata lavorativa era di
otto ore con alcune soste durante l’ orario: al sabato le ore erano cinque.
Alla sera prima di dormire ( vestiti ) sulla dàgha ( letto improvvisato )con un materasso di dassa ( rametti di abete ) veniva
recitato il Rosario o si raccontavano delle “storie”, alcune volte vere, altre
volte erano delle leggende metropolitane ( come si direbbe oggi ). Si facevano pure
degli scherzi e burle varie; il tutto era
finalizzato a mantenere il buon umore e l’ affiatamento nella squadra. Per
diventare boschieri bisognava iniziare da giovanissimi facendo prima i lavori più
umili, tipo portare gli attrezzi, tagliare i rami e scortecciare i tronchi,
solo dopo aver appreso l’ abilità nel maneggiare la manèra ( scure ) tanto a
destra quanto a sinistra si passava alla classe dei scavazàdor. A quel epoca gli attrezzi che servivano per il lavoro
venivano fabbricati da valenti fabbri forgiatori della zona, particolarmente
famosi quelli di Dont di Zoldo per gli strumenti da taglio, mentre per gli zappini
era famosa la marca “Margò” di Comeglians (UD). All’ interno di ogni squadra non
mancava mai una mola ad acqua azionata a mano per l’ affilatura dei preziosi
attrezzi di lavoro. Questa la “storia” di come lavoravano nel bosco: (oro verde
delle nostre vallate ), i nostri padri e nonni. Ora, con i mezzi e attrezzature moderne: motoseghe, trattori
cingolati, processori, camions muniti di “pinze” oleodinamiche per caricare e
scaricare i tronchi le cose e i tempi di lavorazione del legname sono
completamente cambiati. Gli alberi vengano
abbattuti ed allestiti in ogni stagione e i tronchi non più scortecciati ma portati
immediatamente in segheria. Una volta trasformati in tavole vengono passate
nell’ essiccatoio e diventano subito disponibili per la messa in opera. Da
quanto documentato e scritto a me pare che una riflessione su come “sfruttare”,
o per meglio dire, utilizzare al meglio oggi questa nostra ricchezza andrebbe
fatta e messa in pratica . Ad esempio, perchè non “ copiare “ le centraline a
biomassa (funzionanti a cippato) per il
teleriscaldamento e/o per la produzione di energia elettrica presenti in gran
numero nel vicino Alto Adige? Oppure, perché non raccogliere e trasformare in
pellets, gli schianti, gli spurghi i cimali e le ramaglie che associate agli
scarti di lavorazione del taglio degli alberi, ( nonostante la distribuzione
del Colnél
) molte volte vengono lasciati a marcire nei boschi ?
Gian Antonio Casanova Fuga
.
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