domenica 5 marzo 2017

LAVORI BOSCHIVI NEL PRIMO NOVECENTO





Il taglio del bosco con la vendita delle  taié ( tronchi ) ha costituito da tempo immemorabile una delle principali risorse economiche della nostra gente durante il trascorre degli anni e dei secoli che ci hanno preceduto. Basti pensare all’ istituzione delle Regole o Comunioni Familiari che con i loro laudi e statuti hanno disciplinato anche tale materia da oltre un millennio. Ebbene, tempo fa ho avuto modo di leggere uno scritto di Orazio De Zolt Soch di Campolongo relativo alla tecnica dei lavori boschivi in Comelico. Il personaggio era molto noto e considerato, un vero tecnico del settore, ricordo di averlo conosciuto nel bar di famiglia negli anni Cinquanta. In tale interessante articolo veniva riportata la tecnica di utilizzazione del nostro patrimonio boschivo, con la consuetudine da sempre messa in pratica nella nostra zona : tòle e lasà (prendere e lasciare ). Ovvero, tagliare solo alcuni degli alberi maturi mantenendo al bosco una sana trasparenza, e cioè il contrario del taglio a raso praticato nella vicina Austria ed in  Punteria. Vi è descritta la tecnica dell’abbattimento delle piante mature nei primi decenni del Novecento, ( 12 once-circa 35 cm a 4 metri di altezza ) e il loro allestimento con scalo a strada. Un pianta matura e di buon aspetto può “dare” fino a sette tronchi oltre al cimale. Alle piante con qualche difetto o del marcio alla base prima venivano sezionati i mute o bóre (zoccoli ) che a quel tempo servivano per ricavare la  sandla (scandole), da usare nella copertura dei tetti di case e fienili. Prima dell’ attuale meccanizzazione con l’ uso di motoseghe e processori, il lavoro veniva effettuato esclusivamente a mano con le manère ( scure )  da taié   (abbattimento dell’albero), da scavazà ( sezionatura dell’ albero in tronchi) o da dramà  ( togliere i rami ). I primi segoni di tipo americano ( sión) da noi arrivarono alla fine degli anni Venti, questo nuovo utensile se ben usato da due esperti boscaioli permetteva di abbattere una pianta nel giro di pochi minuti, mentre il taglio a manéra richiedeva maggior tempo e grande abilità nell’uso della scure. La prima motosega arrivò in Comelico nel 1956. Ritornando ai primi del Novecento una volta abbattuta la pianta: larice (Larés), abete bianco  (Vdì), abete rosso (Pzö) venivano sezionati i tronchi, tagliati i rami, tolta la corteccia, fatta la corona o pilón e le taglie lasciati ad essiccare su letto di caduta fino alla stagione fredda; poi, se il bosco era in pendenza con l’ ausilio di robusti cavalli da tiro si procedeva al successivo scalo ( imbigné) in risine o lisse  in fondo della quale si formava il tasón ( catasta ).
Nei boschi piani o semipiani l’ operazione avveniva attraverso le bigozére ( piste di terra ) con le bigòze ( mezzi carri trainati da cavalli ). Per entrambi questi lavori di “ammassamento” dei tronchi servivano dei grossi  zapins ( zappini ) per far leva o tirare a forza di braccia il tronco nella posizione voluta.
All’ interno della Val Visdende era proibita la mnàda  ( fluitazione ) del legname, quindi i tronchi dovevano essere trasportati fino a Ponte Cordevole con il còcio (grosso slittone con pattini ricoperti da una lastra di ferro) trainato da cavalli, dietro al quale andavano attaccati con lo  stròz  (gancio di ferro ) alcuni tronchi alla cui circonferenza veniva applicata una o più catene che dovevano servire a frenare lo scivolamento sulla strada innevata e ghiacciata del  Cianà.
 L’ operazione era  alquanto impegnativa in quanto lo slittone con il carico del legname e con le altre taiè a scràsna  ( tronchi a strascico) in caso di manovre sbagliate avrebbe potuto facilmente finire nel sottostante Salvéla o Piave di Visdende.
A Cima Canale questa operazione di preparazione dei còces per affrontare la discesa  ( Ciarèidói e Ciarèidante ) con una certa tranquillità era laboriosa e si formavano code anche di una ventina di slittoni che attendevano il loro turno per scendere a valle. La famiglia di Bissa ( Pontil Scala ) era una delle più attrezzate per lo scalo e trasporto dei tronchi, operava prevalentemente in Val Visdende ed aveva diverse cubie (coppie) di robusti cavalli da tiro adatti allo scopo. Alla sera terminato il lavoro i cavalli rientravano in stalla a Cima Mare, sudati e leggermente fumanti nell’ aria fresca delle sere invernali. Tolti i finimenti e dato loro un buona biéstra ( brancata ) di fieno e qualche manciata d’ avena venivano accompagnati a borà ( bere ) alla vicina fontana dove l’ acqua correva giorno e notte.  Le taglie arrivate in fondo alla valle e accatastate in appositi stàziés ( piazzali ) vicini al Piave, con la mòrbida ( disgelo stagionale ) del mese di maggio potevano essere immessi nelle acque del Piave e con “assistenza” dei menadàs ( zattieri ) arrivare  fino al Cidolo di Perarolo, dove si trovavano le grandi segherie e industrie del legno di fine Ottocento inizio Novecento. Per superate certe asperità del corso del Piave venivano creati dei ponti con tronchi lunghi fino ad otto metri, nella nostra zona era  famoso al sitón dl Agàtona che serviva ad affrontare il  salto che il fiume compie il quel posto, tutt’ora conosciuto come l’ orrido dell’ Acquatona. Questa pratica durò fino al 1927 in quanto con la costruzione della diga della Valle venne reso vano tale metodo di trasporto del legname. Strumento principale per questa operazione era il linghé (asta flessibile molto lunga in legno di betulla ) con un becco ricurvo per arpionare le taié. Quando il lotto delle piante da tagliare era consistente e lontano dai paesi e portarsi sul posto di lavoro al mattino e rincasare alla sera comportava ore di cammino, la prima operazione che facevano i nostro boscaioli era la costruzione del  cadón  per dormire in loco. ( Capanna con lo scheletro di stanghe rivestita con cortecce < scorze > ), in più c’era una tettoia esterna ad uso cucina. Il tutto veniva  generalmente costruito vicino ad un corso d’ acqua potabile. Per la preparazione dei pasti c’era un cuoco ed un aiuto cuoco, in dialetto chiamato  scotón,  a questi competeva  il compito di portare l’acqua da bere e il magiare alla squadra che operava all’ interno del bosco. Di solito  il pasto di mezzogiorno consisteva in polenta e formaggio. Per i lotti importanti la squadra era composta da 20-25 persone ed il capo o assuntor  era eletto democraticamente tra gli operai e oltre a dirigere i lavori teneva i rapporti con la ditta appaltante. La retribuzione avveniva a cottimo ( un tanto a taglia ) oppure a economia ( una tanto a giornata ) .
La giornata lavorativa era di otto ore con alcune soste durante l’ orario: al sabato le ore erano cinque. Alla sera prima di dormire ( vestiti ) sulla dàgha ( letto improvvisato )con un materasso di dassa ( rametti di abete ) veniva recitato il Rosario o si raccontavano delle “storie”, alcune volte vere, altre volte erano delle leggende metropolitane ( come si direbbe oggi ). Si facevano pure degli scherzi e burle varie;  il tutto era finalizzato a mantenere il buon umore e l’ affiatamento nella squadra. Per diventare boschieri bisognava iniziare da giovanissimi facendo prima i lavori più umili, tipo portare gli attrezzi, tagliare i rami e scortecciare i tronchi, solo dopo aver appreso l’ abilità nel maneggiare la manèra ( scure ) tanto a destra quanto a sinistra si passava alla classe dei scavazàdor. A quel epoca gli attrezzi che servivano per il lavoro venivano fabbricati da valenti fabbri forgiatori della zona, particolarmente famosi quelli di Dont di Zoldo per gli strumenti da taglio, mentre per gli zappini era famosa la marca “Margò” di Comeglians (UD). All’ interno di ogni squadra non mancava mai una mola ad acqua azionata a mano per l’ affilatura dei preziosi attrezzi di lavoro. Questa la “storia” di come lavoravano nel bosco: (oro verde delle nostre vallate ), i nostri padri e nonni. Ora, con i mezzi  e attrezzature moderne: motoseghe, trattori cingolati, processori, camions muniti di “pinze” oleodinamiche per caricare e scaricare i tronchi le cose e i tempi di lavorazione del legname sono completamente cambiati.  Gli alberi vengano abbattuti ed allestiti in ogni stagione e i tronchi non più scortecciati ma portati immediatamente in segheria. Una volta trasformati in tavole vengono passate nell’ essiccatoio e diventano subito disponibili per la messa in opera. Da quanto documentato e scritto a me pare che una riflessione su come “sfruttare”, o per meglio dire, utilizzare al meglio oggi questa nostra ricchezza andrebbe fatta e messa in pratica . Ad esempio, perchè non “ copiare “ le centraline a biomassa   (funzionanti a cippato) per il teleriscaldamento e/o per la produzione di energia elettrica presenti in gran numero nel vicino Alto Adige? Oppure, perché non raccogliere e trasformare in pellets, gli schianti,  gli spurghi  i cimali e le ramaglie che associate agli scarti di lavorazione del taglio degli alberi, ( nonostante la distribuzione del  Colnél ) molte volte vengono lasciati a marcire nei boschi ?

                                                          Gian Antonio Casanova Fuga


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