Il
movimento cooperativo nasce ufficialmente nella prima metà del
Milleottocento in Inghilterra e si propagherà in tutta Europa. In
Italia arriverà più tardi e si espanderà nei vari rami del
mercato (agricoltura, assicurazioni, credito, consumo, edilizia,
farmaceutica, ecc. ).Il rapporto mutualistico che si instaura tra i
soci e l’ assenza di speculazioni nell’attività esercitata
hanno dato lustro e notorietà alle cooperative, tanto è vero che
dal 1900 al 1920 il loro numero passò da duemila ad oltre
ventunomila. Peraltro in provincia di Belluno e precisamente a Forno
di Canale, (ora Canale d’ Agordo) nel 1872 ad opera di don
Antonio Della Lucia fu fondata la prima latteria cooperativa in
Italia. Questa particolare forma d’ esercizio di un’ impresa è
stata riconosciuta anche nella nostra Carta Costituzionale. La
premessa ci serve per capire l’importanza che ha avuto e può
ancora avere la cooperazione anche nel nostro territorio. Molto
probabilmente nei primi decenni del Novecento i nostri avi hanno
avuto modo di toccare con mano l’utilità e la diffusione della
forma cooperativa nelle loro migrazioni in Austria, Germania e negli
altri paesi dell’Europa centrale. Anche da noi a San Pietro sono
sorte due Cooperative di consumo e alcune latterie turnarie.
Queste ultime però mi sembra più corretto classificarle come una
sorta di consorzio tra agricoltori, più che una forma
cooperativistica. Bene, ora passo raccontare i miei ricordi di
bambino che hanno una qualche attinenza con il mondo cooperativo,
anche se si riferiscono al semplice approvvigionamento delle derrate
alimentari e delle bevande delle due nostre cooperative di consumo
nel secondo dopoguerra. Una era ed è la cooperativa di consumo di
Costalta, fondata nel 1929, ha festeggiato gli ottanta anni di
attività l’anno scorso. All’ epoca del mio racconto era diretta
da Gige Clere, in seguito l’ attività venne portata avanti
dai figli Emilio,Giovanni e Maria Carmela e costituisce uno dei due
negozio di alimentari e bar della frazione di Costalta. L’ altra
era la cooperativa di consumo di Valle gestita per parecchi anni da
Gigi Bolo ( Soravia Gnocco), poi dalla famiglia Pradetto
Bonvecchio Pietro e successivamente dalla famiglia Rossi,
verrà liquidata definitivamente alla fine degli anni Ottanta. Ce n’
era una terza a Presenaio, ma era una succursale della Cooperativa
Carnica con sede sociale e amministrativa a Tolmezzo (UD). Solo
nelle prime due i soci fondatori, gli amministratori e i sindaci
erano nostri compaesani. Dal 1947 e fino al 1951 la mia famiglia ha
abitato nella casa detta ceda dla Mora di proprietà dei
consorti Fabbian a Mare. Questo fabbricato era costruito
completamente in sassi e senza intonaco esterno, mentre all’
interno le stanze davano su un amplissimo corridoio dove si poteva
entrare anche con dei carri per caricare o scaricare mercanzie: venne
trasformato in condominio negli anni Settanta. Questo grande
corridoio era adibito a magazzino di generi alimentari per conto
delle due società cooperative dei paesi alti. Allora, specialmente
nei mesi invernali le strade non permettevano ai camion dei
fornitori di raggiungere Costalta o Valle, pertanto le merci
dovevano essere consegnate nel fondovalle. I grossisti di generi
alimentari erano in prevalenza le ditte Da Vià Italo e Passuello
& Genova di Calalzo, oppure i molini Variola di Cordovado (PN).
Scaricavano prodotti alimentari che poi venivano venduti sfusi e
consistevano principalmente in sacchi di farina di granoturco per la
polenta o di farina di frumento per fare i gnoche, i csanzèi
o le ldagne, pasta e riso, damigiane o piccole botti di vino (
due ettolitri), olio di semi (che all’ epoca veniva
commercializzato in fusti di duecento litri in metallo con due grossi
cerchi sovrapposti alla circonferenza del bidone di modo che si
potesse facilmente farlo rotolare), olio di oliva in damigiane di
vetro, birra ( Pedavena ) in cassette di legno, bottiglioni di
grappa ( (Maschio Bonaventura di Gaiarine-TV ) surrogato per il
caffè ecc.. Mi ricordo la famosa (Miscela Leone ) oppure le
confezioni lunghe di colore azzurro scuro nelle quali erano contenuti
gli spaghetti delle ditte Cirillo e Fabbrocino di Torre Annunziata
(NA), l’ estratto di carne Bovis commercializzato dalla birreria
di Pedavena, il salame ungherese della ditta Morgante di Tarcento
(UD), i sacchi di zucchero da un quintale dello zuccherificio di
Pontelongo (PD). Questi erano alcuni prodotti di prima necessità
consumati all’epoca. Il prelievo dei generi alimentari da questo
deposito alle sedi dei negozio, avveniva con dei mezzi trainati da
cavalli. D’estate le merci venivano caricate su un carro che in
dialetto chiamiamo Pireli e d’inverno su uno slittone che
chiamiamo Cocio. Allora non c’era l’obbligo delle bolle
fiscali e il carico e scarico delle merci veniva tenuto su un
quaderno a quadretti con la copertina di colore nero. I
vettori delle merci dal magazzino ai negozi di rivendita erano i
carrettieri Iona per Costalta e i Soravia per Valle,
questi erano molto ben attrezzati con delle pariglie (cubie)
di cavalli avellinesi da tiro che sono animali robusti e ben adatti
allo scopo. Come sappiamo le cooperative hanno avuto anche la
funzione di agevolare i soci nel pagamento della “spesa” con il
famoso libretto. A differenza del moderno supermercato dove bisogna
regolare immediatamente quando si acquista le merci, nelle
cooperative c’era e c’è il libretto personale ed il socio
consumatore poteva saldare il conto anche alla fine della stagione,
dopo che aveva allevato e venduto un capo di bestiame o dopo che
aveva finito il periodo di lavoro stagionale sote parón:
in Pusteria a Cortina o all’ estero. Inoltre, una caratteristica
delle cooperative è quella del ristorno ai soci; ovvero, quando si
approva il bilancio di fine esercizio dall’ utile realizzato dall’
azienda viene distribuito ai soci un bonus proporzionale all’
importo dei prodotti acquistati durante l’ anno, l’ importo di
tale beneficio viene per statuto deliberato dall’ assemblea dei
soci. Come di consueto voglio terminare questo mio ricordo con un
simpatico episodio che mi è ritornato alla mente. Un giorno io e
alcuni amichetti giocavamo a rincorrerci tra le damigiane vuote che
dovevano essere rese al fornitore del vino, finì che una damigiana
si rovesciò e si ruppe il collo, allora la signora Mora per
intimorirci ci disse che avremmo dovuto pagare il danno. Ora, non so
se per la nostra beata innocenza oppure se per furbizia, pur di
cavarci d’impaccio dalla spiacevole situazione, rispondemmo di
non preoccuparsi, che con i ciode e al martél se guernà.
Nelle persone presenti scoppiò una risata di vero gusto, e solo dopo
fummo rimproverati per l’accaduto.
-Gian
Antonio Casanova Fuga-
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