sabato 4 marzo 2017

LO SCI NEGLI ANNI CINQUANTA A MARE




                           

Ero ancora un bambino che frequentava le elementari però ricordo bene come si sciava in quelli anni. Si praticava la discesa libera lo slalom e lo sci di fondo, e per i più grandi non mancava la coraggiosa esperienza del salto dal trampolino. Per quanto riguarda la discesa libera e lo slalom la pista per eccellenza era quella che partiva dal pra di Còmis e saliva fino a Col da Vara poi proseguiva per il ripido palón; superato il quale c’era un bel falsopiano prima di inerpicarsi per la costa de Crone fino ad incontrare la strada che da Costalta porta a Costalissoio. C’erano anche altre piste più brevi, tipo dòi al tabiè dla Mora nel pendio che da Mare sale fin sotto la chiesa di San Pietro e nel piön dal tabiè di Còmis, ovvero tra Mare e Cima Mare dove ora si trovano le case Gescal, anche questa pista saliva sulla costa che va verso l’abitato di San Pietro. Aldilà del Piave c’erano le piste di Paschèr, delle quali parlerò più avanti. Innanzitutto dobbiamo considerare che all’epoca non c’erano i gatti delle nevi che battevano le piste, bisognava compattare la neve con gli sci ai piedi salendo a scaletta, di solito ci si trovava in diversi amici e compagni di scuola e quindi la preparazione della pista, anche se lunga e faticosa era piacevole e divertente. A Mare il principale animatore di questo sport era sicuramente Gigi d Boschi ( De Villa Bais ) persona con esperienza nello sci e diversi anni più vecchio di noi ragazzini. Prima di proseguire con il racconto è bene fare una descrizione di come erano gli sci che avevamo allora  in dotazione. Gli sci erano esclusivamente in legno con al centro le staffe in metallo che servivano ad ancorare gli scarponi, normali calzature con la suola in gomma che si usava tutti i giorni, famosa la suola carrarmato « vibram » Questi sci muniti di attacchi « Kandahar » servivano sia per la discesa che per il fondo che per il salto dal trampolino. Nelle staffe in metallo fissate al centro dello sci e collegate tra di loro con cinghiette in cuoio, ognuno ne adattava l’apertura al proprio scarpone, all’esterno delle staffe c’erano due alette laterali dove si faceva passare il cordino metallico dell’attacco che consentiva così al piede di rimanere libero, in questo modo solo la punta della calzatura era bloccata, mentre il tallone poteva alzarsi dando così la possibilità di praticare lo sci nordico. Se viceversa il condoncino veniva fatto passate per un'altra aletta che si trovava fissata più avanti sul bordo esterno dello sci, con la chiusura dell’attacco mediante apposita leva posizionata verso il basso si bloccava il piede che formava un tuttuno con lo sci. Così si poteva affrontare con maggiore sicurezza la discesa e in modo particolare lo slalom. Nella metà esatta dello sci nella parte a contatto con la neve era scavato un canalino ( negli sci da salto ve n’erano tre ) che serviva e serve allo sciatore per avere maggiore aderenza alla pista. Alcuni sci ( più moderni ), avevano ai lati delle lamine in acciaio larghe circa 5/6 millimetri fissate nel legno con apposite vitine, questo accorgimento consentiva allo sciatore di affrontare con sicurezza anche dei tratti ghiacciati delle piste. Altri sci di tipo più vecchio ne erano sprovvisti, quindi andavano bene solo sulla neve fresca. Naturalmente ogni tanto le lamine in metallo andavano affilate, noi lo facevamo manualmente con una lima, in caso di neve sciroccosa si doveva stendere la sciolina o la paraffina, quando ciò non era possibile si usava anche la cera delle candele, questi trattamenti sulla base degli sci ci consentivano di poter sciare con una certa velocità anche sulla neve umida. Infine, esisteva anche un altro tipo di attacco detto a talloniera la cui chiusura non si faceva abbassando la leva posta davanti allo scarpone, ma c’era una leva laterale che si chiudeva facendola aderire al tacco dello scarpone medesimo. Poi c’erano i bastoncini in legno di bambù che servivano sia per la discesa che per il fondo, mentre per il salto non si usava racchette. Tutta l’attrezzatura, ricordo una famosa marca del tempo, « Lamborghini », o veniva acquistata dalla famiglia oppure c’era la possibilità di averla in comodato d’uso dal Centro Sportivi Valligiani, che era un organismo che incentivava i giovani della montagna alla pratica dello sci. Nella località Paschèr, la costa che sale verso le tre Terze non era così rimboscata come oggi, quindi era un luogo ideale per fare un grande trampolino per il salto. Il trampolino veniva costruito nel pianoro dopo la prima pala, con blocchi di neve pressata ed accatastati uno sull’altro per un’altezza superiore al metro e largo due tre metri. Poi nel pendio sottostante veniva battuta la pista di atterraggio che terminava nel piano delimitato dalle recinzioni in legno (ciadure) messe a protezione dell'area dei fienili, a monte del trampolino si creavano i due “binari” che indirizzavano il saltatore nel punto giusto. Il trampolino di Paschèr consentiva dei salti ben oltre venti di metri di lunghezza e specialmente nelle domeniche in cui c’era un bel sole spendente ed una giusta temperatura invernale, i campioni del tempo si esibivano in salti spettacolari: Walter De Pol, Gigi d Boschi, Vittorio Bresolin, alcuni dei nomi dei che mi vengono in mente. La gente si fermava a guardare ammirata e divertita, sia stando sotto la pista dei salti sia passando per la strada statale aldilà del Piave. Sempre in Paschèr, proprio dove terminava la pista per il salto dal trampolino, accanto ai tabiès de Dòlfo stradin e de Nelio Cesco Gaspare c’era la partenza della pista di fondo, che allora si svolgeva solo nella forma classica con il passo alternato, finlandese, o a spinta con uno o più passi, sempre all’interno dei “solchi” della pista, non era ancora di moda il passo pattinato come vediamo in talune gare di fondo che si disputano al giorno d’oggi. Lo sci nordico contava già allora molti appassionati nei nostri paesi, ed alcuni atleti avevano ottenuto piazzamenti di rilievo in gare locali e anche a livello nazionale. In quegli anni in Paschèr si svolgevano importanti gare di fondo, animatore e uno dei principali organizzatori era Mario De Villa che poi non perdeva l’occasione per prendere parte alle competizioni, il segretario e coordinatore della giuria era Quirino Cesco Frare. Senza saperlo, pur in scala ridotta, si stavano creando le condizioni e la voglia di gareggiare che qualche decennio più tardi avrebbe fatto sue il nostro compaesano e campione del mondo Maurilio De Zolt. Visto che siamo in argomento si sembra giusto ricordare che nel 1970 su questo tragitto (opportunamente adattato dopo le alluvioni del 1965/1966) si è svolto il campionato nazionale di fondo con partenza ed arrivo a Santo Stefano ad iniziativa della locale azienda di soggiorno diretta da Ezio Pellizzaroli. Anche sulla pista di discesa che scendeva da Col da Vara, specialmente nelle domeniche di bel tempo c’erano molti spettatori che ammiravano gli sciatori, erano in maggioranza persone di Campolongo che oltrepassato il col Fontanéle nei pomeriggi assolati di gennaio e febbraio si divertivano a seguire le evoluzioni dei discesisti. I principianti partivano sote al ciampo che era a circa cinquanta metri dal pianoro d’arrivo nel pra di Còmis, mentre i più bravi ed esperti partivano dal palón o più in alto sulla costa de Crone e con la tecnica della discesa libera e dello slalom gigante scendevano a valle fra gli sguardi ammirati degli spettatori. Anzi chi faceva l’ultima discesa e rientrava a casa, arrivato sul pianoro di Còmis solo rallentava e poi usciva direttamente in strada con gli sci, scivolando fino all’abitazione senza fatica e risparmiandosi così di portare gli sci in spalla. All’epoca non transitano molte autovetture sulla strada statale e la stessa aveva uno strato di neve battuta dove era possibile pattinare con gli sci, oltre che di a lisa con slittini (cočes), slitte (lióde) o pattini di legno (stafe), non veniva ancora usato il sale e neanche sparso il ghiaino come si fa ora. Con il mese di febbraio il sole diventa più caldo e durante il giorno comincia a sciogliere la neve, però durante la notte la temperatura si abbassa quindi la neve si righiaccia; questo fenomeno che in dialetto chiamiamo tòdal consente anche di sciare dove la pista non è stata battuta, quindi all’epoca questo era il nostro fuoripista. Si saliva a Costalta con la corriera o con altro mezzo, personalmente più volte ho approfittato di un passaggio con la Fiat 850 berlina di color azzurrino di Duilio Casanova De Marco che in quegli anni era ufficiale di Posta a Campolongo e terminato il lavoro rientrava a casa. La discesa a tòdal, era divertentissima in quanto si aveva a disposizione una pista larga quanto la costa de Crone. Oggi con gli alberi di abete e larice cresciuti negli scorsi decenni non sarebbe possibile fare altrettanto. Tutti questi sport invernali venivano praticati da noi ragazzini e anche dai grandi senza una preparazione tecnica e atletica tipo ginnastica presciistica, che giustamente ora si richiede a chi fa sport anche se solo a livello dilettantistico, però non ricordo che nella mia compagnia di sciatori ci siano stati gravi infortuni con fratture di arti o altro per le cadute sulla neve. Si vede che siamo stati fortunati oppure, come dicevano le nostre mamme, l’Angelo Custode ci ha tenuto una mano sulla spalla impedendoci di farci male.

                                                         Gian Antonio Casanova Fuga






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