Ero
ancora un bambino che frequentava le elementari però ricordo bene come si sciava
in quelli anni. Si praticava la discesa libera lo slalom e lo sci di fondo, e
per i più grandi non mancava la coraggiosa esperienza del salto dal trampolino.
Per quanto riguarda la discesa libera e lo slalom la pista per eccellenza era
quella che partiva dal pra di Còmis e
saliva fino a Col da Vara poi
proseguiva per il ripido palón; superato
il quale c’era un bel falsopiano prima di inerpicarsi per la costa de Crone fino ad incontrare la strada
che da Costalta porta a Costalissoio. C’erano anche altre piste più brevi, tipo
dòi al tabiè dla Mora nel pendio che
da Mare sale fin sotto la chiesa di San Pietro e nel piön dal tabiè di Còmis, ovvero tra Mare e Cima Mare dove ora si
trovano le case Gescal, anche questa pista saliva sulla costa che va verso l’abitato
di San Pietro. Aldilà del Piave c’erano le piste di Paschèr, delle quali parlerò più avanti. Innanzitutto dobbiamo
considerare che all’epoca non c’erano i gatti delle nevi che battevano le
piste, bisognava compattare la neve con gli sci ai piedi salendo a scaletta, di
solito ci si trovava in diversi amici e compagni di scuola e quindi la
preparazione della pista, anche se lunga e faticosa era piacevole e divertente.
A Mare il principale animatore di questo sport era sicuramente Gigi d Boschi ( De Villa Bais ) persona
con esperienza nello sci e diversi anni più vecchio di noi ragazzini. Prima di
proseguire con il racconto è bene fare una descrizione di come erano gli sci
che avevamo allora in dotazione. Gli sci
erano esclusivamente in legno con al centro le staffe in metallo che servivano
ad ancorare gli scarponi, normali calzature con la suola in gomma che si usava
tutti i giorni, famosa la suola carrarmato « vibram » Questi sci muniti di
attacchi « Kandahar » servivano sia per la discesa che per il fondo che per il
salto dal trampolino. Nelle staffe in metallo fissate al centro dello sci e
collegate tra di loro con cinghiette in cuoio, ognuno ne adattava l’apertura al
proprio scarpone, all’esterno delle staffe c’erano due alette laterali dove si
faceva passare il cordino metallico dell’attacco che consentiva così al piede
di rimanere libero, in questo modo solo la punta della calzatura era bloccata,
mentre il tallone poteva alzarsi dando così la possibilità di praticare lo sci
nordico. Se viceversa il condoncino veniva fatto passate per un'altra aletta
che si trovava fissata più avanti sul bordo esterno dello sci, con la chiusura
dell’attacco mediante apposita leva posizionata verso il basso si bloccava il
piede che formava un tuttuno con lo sci. Così si poteva affrontare con maggiore
sicurezza la discesa e in modo particolare lo slalom. Nella metà esatta dello
sci nella parte a contatto con la neve era scavato un canalino ( negli sci da
salto ve n’erano tre ) che serviva e serve allo sciatore per avere maggiore
aderenza alla pista. Alcuni sci ( più moderni ), avevano ai lati delle lamine in
acciaio larghe circa 5/6 millimetri fissate nel legno con apposite vitine, questo
accorgimento consentiva allo sciatore di affrontare con sicurezza anche dei
tratti ghiacciati delle piste. Altri sci di tipo più vecchio ne erano
sprovvisti, quindi andavano bene solo sulla neve fresca. Naturalmente ogni
tanto le lamine in metallo andavano affilate, noi lo facevamo manualmente con
una lima, in caso di neve sciroccosa si doveva stendere la sciolina o la paraffina,
quando ciò non era possibile si usava anche la cera delle candele, questi
trattamenti sulla base degli sci ci consentivano di poter sciare con una certa
velocità anche sulla neve umida. Infine, esisteva anche un altro tipo di
attacco detto a talloniera la cui chiusura non si faceva abbassando la leva
posta davanti allo scarpone, ma c’era una leva laterale che si chiudeva
facendola aderire al tacco dello scarpone medesimo. Poi c’erano i bastoncini in
legno di bambù che servivano sia per la discesa che per il fondo, mentre per il
salto non si usava racchette. Tutta l’attrezzatura, ricordo una famosa marca
del tempo, « Lamborghini », o veniva acquistata dalla famiglia oppure c’era la
possibilità di averla in comodato d’uso dal Centro Sportivi Valligiani, che era
un organismo che incentivava i giovani della montagna alla pratica dello sci.
Nella località Paschèr, la costa che
sale verso le tre Terze non era così rimboscata come oggi, quindi era un luogo
ideale per fare un grande trampolino per il salto. Il trampolino veniva
costruito nel pianoro dopo la prima pala, con blocchi di neve pressata ed accatastati
uno sull’altro per un’altezza superiore al metro e largo due tre metri. Poi nel
pendio sottostante veniva battuta la pista di atterraggio che terminava nel
piano delimitato dalle recinzioni in legno
(ciadure) messe a protezione dell'area dei fienili, a monte del trampolino
si creavano i due “binari” che indirizzavano il saltatore nel punto giusto. Il
trampolino di Paschèr consentiva dei
salti ben oltre venti di metri di lunghezza e specialmente nelle domeniche in
cui c’era un bel sole spendente ed una giusta temperatura invernale, i campioni
del tempo si esibivano in salti spettacolari: Walter De Pol, Gigi d Boschi, Vittorio Bresolin, alcuni dei nomi
dei che mi vengono in mente. La gente si fermava a guardare ammirata e
divertita, sia stando sotto la pista dei salti sia passando per la strada
statale aldilà del Piave. Sempre in Paschèr,
proprio dove terminava la pista per il salto dal trampolino, accanto ai tabiès de Dòlfo stradin e de Nelio Cesco
Gaspare c’era la partenza della pista di fondo, che allora si svolgeva solo
nella forma classica con il passo alternato, finlandese, o a spinta con uno o
più passi, sempre all’interno dei “solchi” della pista, non era ancora di moda il
passo pattinato come vediamo in talune gare di fondo che si disputano al giorno
d’oggi. Lo sci nordico contava già allora molti appassionati nei nostri paesi, ed
alcuni atleti avevano ottenuto piazzamenti di rilievo in gare locali e anche a
livello nazionale. In quegli anni in Paschèr
si svolgevano importanti gare di fondo, animatore e uno dei principali
organizzatori era Mario De Villa che
poi non perdeva l’occasione per prendere parte alle competizioni, il segretario
e coordinatore della giuria era Quirino
Cesco Frare. Senza saperlo, pur in scala ridotta, si stavano creando le condizioni
e la voglia di gareggiare che qualche decennio più tardi avrebbe fatto sue il
nostro compaesano e campione del mondo Maurilio
De Zolt. Visto che siamo in argomento si sembra giusto ricordare che nel
1970 su questo tragitto (opportunamente adattato dopo le alluvioni del
1965/1966) si è svolto il campionato nazionale di fondo con partenza ed arrivo
a Santo Stefano ad iniziativa della locale azienda di soggiorno diretta da Ezio Pellizzaroli. Anche sulla pista di
discesa che scendeva da Col da Vara, specialmente
nelle domeniche di bel tempo c’erano molti spettatori che ammiravano gli
sciatori, erano in maggioranza persone di Campolongo che oltrepassato il col Fontanéle nei pomeriggi assolati di gennaio e febbraio si
divertivano a seguire le evoluzioni dei discesisti. I principianti partivano sote al ciampo che era a circa cinquanta metri dal pianoro d’arrivo nel pra di Còmis, mentre i più bravi ed esperti
partivano dal palón o più in alto
sulla costa de Crone e con la tecnica
della discesa libera e dello slalom gigante scendevano a valle fra gli sguardi
ammirati degli spettatori. Anzi chi faceva l’ultima discesa e rientrava a casa,
arrivato sul pianoro di Còmis solo
rallentava e poi usciva direttamente in strada con gli sci, scivolando fino all’abitazione
senza fatica e risparmiandosi così di portare gli sci in spalla. All’epoca non
transitano molte autovetture sulla strada statale e la stessa aveva uno strato
di neve battuta dove era possibile pattinare con gli sci, oltre che di a lisa con slittini (cočes), slitte (lióde) o pattini di legno (stafe),
non veniva ancora usato il sale e neanche sparso il ghiaino come si fa ora. Con
il mese di febbraio il sole diventa più caldo e durante il giorno comincia a sciogliere
la neve, però durante la notte la temperatura si abbassa quindi la neve si
righiaccia; questo fenomeno che in dialetto chiamiamo tòdal consente anche di sciare dove la pista non è stata battuta,
quindi all’epoca questo era il nostro fuoripista. Si saliva a Costalta con la
corriera o con altro mezzo, personalmente più volte ho approfittato di un
passaggio con la Fiat
850 berlina di color azzurrino di Duilio
Casanova De Marco che in quegli anni era ufficiale di Posta a Campolongo e
terminato il lavoro rientrava a casa. La discesa a tòdal, era divertentissima
in quanto si aveva a disposizione una pista larga quanto la costa de Crone. Oggi con gli alberi di abete e
larice cresciuti negli scorsi decenni non sarebbe possibile fare altrettanto.
Tutti questi sport invernali venivano praticati da noi ragazzini e anche dai
grandi senza una preparazione tecnica e atletica tipo ginnastica presciistica, che
giustamente ora si richiede a chi fa sport anche se solo a livello
dilettantistico, però non ricordo che nella mia compagnia di sciatori ci siano
stati gravi infortuni con fratture di arti o altro per le cadute sulla neve. Si
vede che siamo stati fortunati oppure, come dicevano le nostre mamme, l’Angelo
Custode ci ha tenuto una mano sulla spalla impedendoci di farci male.
Gian Antonio Casanova Fuga
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