E’ in una giornata di pioggia che vi svolge nel 2023 a Sa Stefi, capoluogo del Comelico il primo giorno della settecentosessantaquattresima Fiera di Sante, o Fiöra di Sante come si dice nel dialetto di Costalta. Ebbene, tale avvenimento mi fa ritornare alla mente che quando eravamo ragazzini noi anziani dai capelli bianchi si aspettava la fiera come una delle più grandi occasioni di divertimento, di incontro con compagni e amici degli altri paesi della vallata e perché no, di probabile occasione per far colpo con le coetanee conosciute frequentando la scuola a Santo Stefano. Da bambini invece, ovvero fino alla elementari, mi sembra di ricordare che le cose che ci attraevano di più erano le caldarroste, castagne arrostite sul fuoco, le caròble ( carubbe ) e al mandolato, ( mandorlato ), al zùcar d varìzia, ( liquirizia ) é al zùcar d òrgio (zucchero d’ orzo ). Era anche l’ occasione per comperare la britla ( temperino ) che in primavera ci sarebbe servito a fare i subiòte ( fischietti ) con il legno di nocciolo in amó ( umore/linfa che scorre tra la corteccia e l’ alburno, più abbondante nel periodo di fioritura della pianta). Se rimaneva qualche spicciolo si poteva anche fare un giro in giostra, quella con i seggiolini attaccati alla due catenelle e che girava in tondo.
C’erano pure per i più piccoli delle bancarelle con dei giochi e palloncini riempiti con gas più leggero dell’ aria che se ti sfuggivano di mano prendevano in volo.
Una volta entrati nell’adolescenza i gusti cambiavano e le cose più ricercate erano; il tiro a segno e i giri in autoscontro, meglio se di fianco si riusciva a far sedere qualche compagna di scuola. Poi c’era la parte commerciale, riservata specialmente alle nostre mamme che approfittavano dei moltissimi banchi con ogni genere di mercanzia, avevano la possibilità di comperare, casalinghi, indumenti invernali, scarpe e scarponi da lavoro e altre cose che servivano in famiglia. Tutto questo era possibile perché i maschi ( marito e figli ) in questa occasione scendevano dai vari paesi portando al mercato del bestiame vacche, tori, manze, vitelli, capre e pecore. Ricordo che quando ero ragazzino io, questo mercato si svolgeva nelle vicinanze dell’ attuale caserma dei Vigili del Fuoco, aldilà del Padola. Ho memoria del suono dei campanacci degli animali che scendevano dai paesi di Costalta, Valle e San Pietro e passavano per Mare alle prime ore del mattino per giungere al Foro Boario di Santo Stefano in tempo per l’ apertura delle contrattazioni.
La vendita di qualche capo di bestiame dava la possibilità alle famiglie, specialmente i bacàn (importanti proprietari terrieri ) di affrontare le spese rimandate durante l’ anno in attesa di poter disporre dei denari necessari. I due giorni di fiera portavano pure della buona euforia da parte di agricoltori/allevatori che avevano concluso la vendita di uno capo di bestiame al miglior prezzo. Allora il clima era più rigido di oggi, con abbondante broda ( brina) mattutina; quindi, qualche bicchiere di vin brulé andava proprio consumato. Dobbiamo considerare che durante tutti gli altri mesi dell’ anno non si contavano i sacrifici e le fatiche per fare il fieno nei prati di valle e di monte, portare gli animali al pascolo e/o in malga durante i mesi estivi, portare il latte alla latteria turnaria e contribuire alla lavorazione del latte in base al prodotto conferito, procurarsi la legna ecc.. Quindi, giunti a fine stagione, ci stava una sana allegria e la legittima soddisfazione nell’ aver concretizzato con la vendita il frutto del proprio lavoro.
Le contrattazioni si svolgevano nel seguente modo: tra il venditore e il compratore c’era sempre di mezzo il sansèr ( mediatore), il cui ruolo era mediare tra il prezzo richiesto e quello offerto e trovare il giusto punto d’ incontro. Il tutto veniva suggellato con delle battute sul palmo della mano di una e l’ altra delle due parti.
E così si continuava finché non si raggiungeva il prezzo che andava bene a tutti due. Poi, sempre con il metodo di battere le mani a entrambi si concludeva il contratto e la cosa valeva più di un documento firmato.
Naturalmente le compravendite venivano regolate in contanti, con la carte da diecimila lire, (quei grandi fogli rosa con ai lati i due cerchi bianchi di filigrana a vista ). Questa improvvisa disponibilità di denaro dette anche allora, la possibilità a qualche bancarella gestita da furbacchioni di tirare dei “ pacchi ” e vendere delle cose con prezzi alquanto superiori al loro effettivo valore. Ricordo invece, qualche scherzo nostrano, fatto in modo bonario, senza recar danno alcuno; ovvero la richiesta di cambiare in contanti delle cambiali già pagate, spacciate per assegni. Poi svelato l’ arcano tutto si risolveva con un ulteriore giro di bicchieri di vino. Data l’ ora tarda in cui venivano fatte queste piccole burle, prima del rientro a casa, era consigliabile bere del caffè espresso senza zucchero per riportare alla normalità la convivenza con le bevande alcoliche. ( Anche se al tempo non erano molti in possesso della macchina e non c’era l’ attuale pericolo di riduzione dei punti alla patente di guida se superi i 0,50 g/l di alcol nel sangue). Termino questo articolo con un racconto che non è direttamente collegato alla fiera. Però, quanto ho scritto mi sembra crei l’ atmosfera giusta per riportare un aneddoto che avevo sentito raccontare nella parlata di Costalta. Nei primissimi anni Cinquanta con l’ inizio del primo benessere rispetto agli anni di guerra, si trovava all’ osteria un nostro paesano, adulto, maritato e con figli. Era un sabato sera e terminato il lavoro, trovandosi in buona compagnia, indugiava nel rientrare a casa, mentre i “giri” delle ordinazioni di vino e di qualche grappino continuavano.( Allora, pochi bevevano birra, come mi sembra vada di “moda” oggi). A una cert’ ora non vedendolo arrivare la moglie allarmata decise di fare il giro dei bar del paese per rintracciare il marito. Arrivata sul luogo dove si trovava la dolce metà, lo invitava a rientrare a casa anche con un tono sbrigativo e ben poco affettuoso. L’ uomo, infastidito dal comportamento della moglie gli rispondeva: Cioò, al càpo famöia söi iö.- E la moglie di rimando-. Si, tu es al capo1 ma iö söi al còl e fàzo giré al càpo gno vòi. Battuta a parte, mi sembra si possa affermare che nei nostri paesi, anche allora, le consorti erano le principali colonne nella costruzione ed educazione della famiglia.
Gian Antonio Casanova Fuga
1-Intendendo la testa della persona.
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