lunedì 6 marzo 2017

L'ALLUVIONE DEL SETTEMBRE 1965



Non per mero ricordo, ma perché fare memoria di certi accadimenti aiuta ad avere maggiore fiducia nel futuro e serve ad evitare sbagli o sottovalutazioni di chi é preposto a prendere delle decisioni importanti nella gestione del nostro territorio montano.
Fatta questa premessa, consentitemi di testimoniare come ho vissuto in prima persona l’ alluvione dei primi giorni di settembre del 1965 ( che fu il primo grande evento alluvionale del Novecento in provincia di Belluno ) cinquanta anni fa.
La piena settembrina di quell’ anno fu ben peggiore dell’inondazione subita dal Comelico nel lontano 1882.
Avevo diciannove anni e vivevo a Mare con mia madre che era rimasta vedova due mesi prima, il 4 luglio 1965.
Ho dei ricordi ancora nitidi della gente che vagava smarrita e impaurita nel vedere quanta distruzione stava arrecando il Piave in piena.
Nella sola nostra borgata ho visto letteralmente inghiottire dall'acqua del fiume abitazioni e anche dei tabià in località Pascher sulla sponda orografica di sinistra.
Complessivamente nelle frazioni di Mare e Presenaio sono state distrutte 23 case, 18 rese pericolanti, 2 segherie danneggiate e una completamente distrutta, 2 occhialerie danneggiate e più di 200 persone si sono trovate senza tetto.
Il boschetto dell’ Impero che si trovava in riva al Piave, con il piccolo campo da calcio e con le sponde sabbiose, dove durante l’ estate da bambini facevano il bagno e prendevamo il sole, già nella prima mattinata del 2 settembre era stato completamente “azzerato” dalla furia delle acque.
Il ponte-passerella su corde metalliche che dava l’ accesso ai piani di Pascher dove era in costruzione il nuovo campo sportivo era stato travolto, ma le corde metalliche che facevano da supporto alle assicelle in legno della pavimentazione erano rimaste attaccate all’ ancoraggio di una delle sponde e contribuivano a deviare l’ acqua in direzione delle case; ad opera di Gino Fótoć si è provveduto a tagliarle con la fiamma ossidrica e subito la piena ha portato via l’ intero manufatto.
lo all’epoca lavoravo in una occhialeria del paese e ricordo che nel pomeriggio di giovedì 2 settembre nessuno è andato a lavorare, si doveva dare una mano ( per quanto umanamente possibile ) a contenere i danni che stava provocando l’impeto della acque limacciose del Piave che avevano travolto le árce (arginature fatte con pali di legno e riempite di pietre ) a suo tempo costruite dai nostri vecchi a protezione del paese.
L’ Ufficio Postale, la Farmacia e l’albergo Edelweiss della mia famiglia hanno rischiato di essere travolti dalla piena, fortuna volle che la scarpata che conteneva lo scorrere minaccioso e violento delle acque si fermasse a circa ottanta centimetri dai muri perimetrali degli edifici.
Aiutati da alcuni soccorritori avevamo già portato via la mobilia e qualche suppellettile, perché si pensava che il peggio potesse arrivare durante la notte.
Purtroppo, la casa ed il fienile di un nostro vicino ( Flize d’ Coco ) situati leggermente più a valle sono stati inghiottiti dalla piena e con le prime luci dell’ alba abbiamo potuto vedere solo una grande voragine creata dalla forza incontenibile del fiume.
C’è stato anche lo straripamento del rio Rin che scende da Costalta, il quale ha provveduto a imbrattare con fango e detriti i piani terra, le cantine e i garages degli edifici situati nella adiacenze del letto del torrente.
Inoltre, in località Ponte Cordevole il ramo del Piave che scende da Sappada ci aveva asportato i muri di contenimento e relativi piazzali della segheria di mio padre, (fabbricato completamente spazzato via nel novembre 1966).
Mi ricordo che le prime operazioni di aiuto e soccorso erano coordinate dal vice sindaco ( Tilio d Göl ), il sindaco era fuori paese per lavoro. Allora non era stato ancora istituito il corpo della Protezione Civile e ci si aiutava tra paesani come meglio si poteva.
Da parte della popolazione minacciata della perdita dei propri beni, si cercava di combattere la forza distruttiva del Piave in questo modo: si tagliavano degli alberi di abete che venivano legati con delle corde metalliche e una volta saldamente ancorati con dei pali infissi a colpi di mazza nel terreno venivano fatti rotolare lungo la scarpata per frenare con i loro rami la furia dell’ acqua e contenere così l’ erosione delle sponde. Nel nostro caso, io e mio fratello Mauro assieme a Mario Rómön, Tita Fuga, Gigi dal Mardin, mio zio Itóle ( alcuni dei nomi che mi vengono in mente ), ci si recava a Campolongo sulla strada che porta in Val Frison dove tagliavamo dei alberi di abete che trascinavamo a forza di braccia fino alla strada, poi gli stessi venivano legati alla camionetta di Mario e trascinati fino a Mare.
Sabato 4 settembre finalmente ha potuto arrivare sul posto un “caterpiller” della ditta MONTI di Auronzo, il quale entrato nel letto del Piave ha potuto finalmente deviare l’ acqua dai punti più pericolosi, ridando così un po’ di serenità alle persone che avevano le case in pericolo.
Io e mia madre abbiamo dormito fuori casa due notti (cortesemente ospitati dalla famiglia Caporeto che aveva l’abitazione al sicuro ).
Ci si fermava qualche istante per mangiare un boccone nelle cucine dell’ albergo Fabian, che i proprietari avevano gratuitamente messo a disposizione di chi ne aveva bisogno.
Una volta passato il peggio si è dovuto mettere mano e spalare il fango e riparare i danni.
Per diversi giorni siamo stati isolati, senza telefono e luce elettrica, con strade chiuse e ponti seriamente danneggiati, senza servizio postale, ripreso dopo qualche giorno con l’ ausilio di un elicottero dell’esercito.
Data la distruzione e lo sconquasso avvenuto in tutta la vallata ed in particolare nel Comune di San Pietro con case sventrate a metà, al fine di prevenire episodi di sciacallaggio, a presidiare il territorio è intervenuto un reparto Celere della Polizia di Padova.
Ritornata una certa (normalità) ci ha fatto visita il Prefetto di Belluno dott. Petroccia accompagnato da un sottosegretario del Governo di allora, che in una assemblea pubblica in una sala messa a disposizione dall'albergo Fabian a Mare, ha assicurato la popolazione circa gli interventi legislativi a favore dei cittadini colpiti nei loro beni più cari dalla tremenda alluvione. In tale occasione ricordo che tra il numeroso pubblico presente in sala ha fatto un coraggioso intervento Gidio, il proprietario del barachin (chiosco) di frutta e verdura e dell’ edicola che allora si trovava in piazza Garibaldi.
Dobbiamo onestamente dare atto che le rassicurazioni fatte dall’ autorità in quel frangente ai danneggiati, poi si sono effettivamente concretizzate con la proposta di legge VECELLIO. Questa legge, tra le altre cose prevedeva la possibilità di accedere ad un contributo a fondo perduto fino a cinquemilioni di lire per chi ricostruiva la casa andata distrutta.
Tanto è vero che molti alluvionati che avevano perso l’ abitazione, negli anni successivi l’ hanno ricostruita, chi a Lorenzago, chi a Tai di Cadore, chi a Santo Stefano, chi nella stesse frazioni di Mare e Presenaio in luoghi ritenuti più sicuri dal punto di vista idrogeologico.
Anche l’ allora vescovo di Belluno mons. Gioacchino Muccin ha fatto visita alla parrocchia di San Pietro domenica 5 settembre, celebrando la santa messa ed infondendo parole di coraggio alla popolazione.
Questi i miei ricordi della prima alluvione del Novecento nel fondovalle del Comelico inferiore.
L'anno dopo nel mese di novembre sarebbe arrivata la seconda tranche, che è più conosciuta e ricordata perché ha coinvolto città come Firenze e Venezia.

Gian Antonio Casanova

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