Non
per mero ricordo, ma perché fare memoria di certi accadimenti aiuta
ad avere maggiore fiducia nel futuro e serve ad evitare sbagli o
sottovalutazioni di chi é preposto a prendere delle decisioni
importanti nella gestione del nostro territorio montano.
Fatta
questa premessa, consentitemi di testimoniare come ho vissuto in
prima persona l’ alluvione dei primi giorni di settembre del 1965 (
che fu il primo grande evento alluvionale del Novecento in provincia
di Belluno ) cinquanta anni fa.
La
piena settembrina di quell’ anno fu ben peggiore dell’inondazione
subita dal Comelico nel lontano 1882.
Avevo
diciannove anni e vivevo a Mare con mia madre che era rimasta vedova
due mesi prima, il 4 luglio 1965.
Ho
dei ricordi ancora nitidi della gente che vagava smarrita e impaurita
nel vedere quanta distruzione stava arrecando il Piave in piena.
Nella
sola nostra borgata ho visto letteralmente inghiottire dall'acqua del
fiume abitazioni e anche dei tabià in località
Pascher sulla
sponda orografica di sinistra.
Complessivamente
nelle frazioni di Mare e Presenaio sono state distrutte 23 case, 18
rese pericolanti, 2 segherie danneggiate e una completamente
distrutta, 2 occhialerie danneggiate e più di 200 persone si sono
trovate senza tetto.
Il
boschetto dell’
Impero che si
trovava in riva al Piave, con il piccolo campo da calcio e con le
sponde sabbiose, dove durante l’ estate da bambini facevano il
bagno e prendevamo il sole, già nella prima mattinata del 2
settembre era stato completamente “azzerato” dalla furia delle
acque.
Il
ponte-passerella su corde metalliche che dava l’ accesso ai piani
di Pascher
dove era in costruzione il nuovo campo sportivo era stato travolto,
ma le corde metalliche che facevano da supporto alle assicelle in
legno della pavimentazione erano rimaste attaccate all’ ancoraggio
di una delle sponde e contribuivano a deviare l’ acqua in direzione
delle case; ad opera di Gino
Fótoć si è
provveduto a tagliarle con la fiamma ossidrica e subito la piena ha
portato via l’ intero manufatto.
lo
all’epoca lavoravo in una occhialeria del paese e ricordo che nel
pomeriggio di giovedì 2 settembre nessuno è andato a lavorare, si
doveva dare una mano ( per quanto umanamente possibile ) a contenere
i danni che stava provocando l’impeto della acque limacciose
del Piave che
avevano travolto le árce
(arginature fatte con pali di legno e riempite di pietre )
a suo tempo
costruite dai nostri vecchi a protezione del paese.
L’
Ufficio Postale, la Farmacia e l’albergo Edelweiss della mia
famiglia hanno rischiato di essere travolti dalla piena, fortuna
volle che la scarpata che conteneva lo scorrere minaccioso e
violento delle acque si fermasse a circa ottanta centimetri dai muri
perimetrali degli edifici.
Aiutati
da alcuni soccorritori avevamo già portato via la mobilia e qualche
suppellettile, perché si pensava che il peggio potesse arrivare
durante la notte.
Purtroppo,
la casa ed il fienile di un nostro vicino (
Flize d’ Coco )
situati leggermente più a valle sono stati inghiottiti dalla piena
e con le prime luci dell’ alba abbiamo potuto vedere solo una
grande voragine creata dalla forza incontenibile del fiume.
C’è
stato anche lo straripamento del rio Rin che scende da Costalta, il
quale ha provveduto a imbrattare con fango e detriti i piani terra,
le cantine e i garages degli edifici situati nella adiacenze del
letto del torrente.
Inoltre,
in località Ponte Cordevole il ramo del Piave che scende da Sappada
ci aveva asportato i muri di contenimento e relativi piazzali della
segheria di mio padre, (fabbricato completamente spazzato via nel
novembre 1966).
Mi
ricordo che le prime operazioni di aiuto e soccorso erano coordinate
dal vice sindaco (
Tilio d Göl ), il
sindaco era fuori paese per lavoro. Allora non era stato ancora
istituito il corpo della Protezione Civile e ci si aiutava tra
paesani come meglio si poteva.
Da
parte della popolazione minacciata della perdita dei propri beni, si
cercava di combattere la forza distruttiva del Piave in questo modo:
si tagliavano degli alberi di abete che venivano legati con delle
corde metalliche e una volta saldamente ancorati con dei pali
infissi a colpi di mazza nel terreno venivano fatti rotolare lungo la
scarpata per frenare con i loro rami la furia dell’ acqua e
contenere così l’ erosione delle sponde. Nel nostro caso, io e
mio fratello Mauro
assieme a Mario
Rómön, Tita Fuga, Gigi dal Mardin, mio
zio Itóle (
alcuni dei nomi che mi vengono in mente ), ci si recava a Campolongo
sulla strada che porta in Val Frison dove tagliavamo dei alberi di
abete che trascinavamo a forza di braccia fino alla strada, poi gli
stessi venivano legati alla camionetta di Mario e trascinati fino a
Mare.
Sabato
4 settembre finalmente ha potuto arrivare sul posto un “caterpiller”
della ditta MONTI di Auronzo, il quale entrato nel letto del Piave ha
potuto finalmente deviare l’ acqua dai punti più pericolosi,
ridando così un po’ di serenità alle persone che avevano le case
in pericolo.
Io
e mia madre abbiamo dormito fuori casa due notti (cortesemente
ospitati dalla famiglia Caporeto
che
aveva l’abitazione
al sicuro ).
Ci
si fermava qualche istante per mangiare un boccone nelle cucine dell’
albergo Fabian, che i proprietari avevano gratuitamente messo a
disposizione di chi ne aveva bisogno.
Una
volta passato il peggio si è dovuto mettere mano e spalare il fango
e riparare i danni.
Per
diversi giorni siamo stati isolati, senza telefono e luce elettrica,
con strade chiuse e ponti seriamente danneggiati, senza servizio
postale, ripreso dopo qualche giorno con l’ ausilio di un
elicottero dell’esercito.
Data
la distruzione e lo sconquasso avvenuto in tutta la vallata ed in
particolare nel Comune di San Pietro con case sventrate a metà, al
fine di prevenire episodi di sciacallaggio, a presidiare il
territorio è intervenuto un reparto Celere della Polizia di Padova.
Ritornata
una certa (normalità) ci ha fatto visita il Prefetto di Belluno
dott. Petroccia accompagnato da un sottosegretario del Governo di
allora, che in una assemblea pubblica in una sala messa a
disposizione dall'albergo Fabian a Mare, ha assicurato la popolazione
circa gli interventi legislativi a favore dei cittadini colpiti nei
loro beni più cari dalla tremenda alluvione. In tale occasione
ricordo che tra il numeroso pubblico presente in sala ha fatto un
coraggioso intervento Gidio,
il proprietario
del barachin
(chiosco) di frutta
e verdura e dell’ edicola che allora si trovava in piazza
Garibaldi.
Dobbiamo
onestamente dare atto che le rassicurazioni fatte dall’ autorità
in quel frangente ai danneggiati, poi si sono effettivamente
concretizzate con la proposta di legge VECELLIO. Questa legge, tra le
altre cose prevedeva la possibilità di accedere ad un contributo a
fondo perduto fino a cinquemilioni di lire per chi ricostruiva la
casa andata distrutta.
Tanto
è vero che molti alluvionati che avevano perso l’ abitazione,
negli anni successivi l’ hanno ricostruita, chi a Lorenzago, chi a
Tai di Cadore, chi a Santo Stefano, chi nella stesse frazioni di Mare
e Presenaio in luoghi ritenuti più sicuri dal punto di vista
idrogeologico.
Anche
l’ allora vescovo di Belluno mons. Gioacchino Muccin ha fatto
visita alla parrocchia di San Pietro domenica 5 settembre,
celebrando la santa messa ed infondendo parole di coraggio alla
popolazione.
Questi
i miei ricordi della prima alluvione del Novecento nel fondovalle del
Comelico inferiore.
L'anno
dopo nel mese di novembre sarebbe arrivata la seconda tranche, che è
più conosciuta e ricordata perché ha coinvolto città come Firenze
e Venezia.
Gian Antonio Casanova
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