lunedì 6 marzo 2017

MACELLERIE E CARNI A KM ZERO





Da qualche tempo va di “moda”offrire alla clientela dei ristoranti, trattorie, mense aziendali, aziende agrituristiche ecc., dei piatti a chilometro zero. Ovvero, nel preparare le pietanze da portare a tavola vengono usate farine, legumi, verdure, frutta, formaggi prodotti nel territorio di appartenenza e carni di animali allevati nelle medesime località. Ebbene, prendo lo spunto da questa realtà odierna per fare un  passo indietro nel tempo e ritornare negli anni Cinquanta/Sessanta quando anche da noi il consumo della carne si poteva definire a chilometro zero. L’ allevamento delle mucche, dei vitelli e dei maiali  era una consuetudine praticata in quasi ogni  famiglia dei nostri paesi. Nella borgata di Mare funzionava a pieno ritmo il macello di proprietà della famiglia Fabian a servizio delle proprie macellerie; ma era anche  a disposizione dell’ interna comunità di San Pietro e delle altre macellerie presenti del censuario comunale. Era un fabbricato in mattoni intonacati a base quadrata con una grande porta di ingresso e con due finestrelle nel lato est della struttura. ( Fu ristrutturato e trasformato in abitazione bifamiliare negli anni Novanta ). Noi ragazzini di allora ci arrampicavano sulla parete fino alle finestre per curiosare come avveniva l’ uccisione dei capi di bestiame. Le prime volte la cosa appariva abbastanza scioccante, ma poi si faceva abitudine alle scene cruente tipiche del lavoro che si svolgeva all’ interno del mattatoio. Nel centro del locale c’era un pozzetto di scolo collegato alla fognatura che terminava direttamente nel Piave (il  primo e l’ultimo  tratto del percorso della conduttura erano a cielo aperto).  Certo, con la normativa igienico/sanitaria odierna  non sarebbe più possibile scaricare in tale modo i reflui di macellazione.
Nel soffitto era attaccato un robusto paranco che  una volta abbattuto l’ animale serviva a sollevarlo da terra per le ulteriori “ lavorazioni”; funzionava mediante lo scorrimento di una catenella su un’ apposita carrucola. Una volta terminate tutte le fasi della macellazione, i quarti di vacca, manza o vitello, venivano appesi ad  appositi ganci sporgenti dalle pareti. Si doveva attendere il nulla osta del  veterinario per poter portare la carne nella cella  frigorifera. All’ epoca il servizio era svolto dal dott. Zucchini,  ( un pezzo d’ uomo alto e robusto, ferrarese di origine, abitava a Santo Stefano in Via San Candido e portava sempre le braghe alla zuava “Principe di Galles “, si spostava da un paese all’ altro del Comelico con una Volkswagen < maggiolino> bianca  targata BL 50810 ).
Poi, ritagliati  (con  abilità e competenza ) i vari pezzi dai quarti anteriori e posteriori  le carni venivano sistemate nel banco di vendita della macelleria per soddisfare le richieste della clientela. Quando si macellavano dei bovini giovani, manze o vitelli appena svezzati, c’era la possibilità di acquistare i pezzi del cosiddetto “quinto quarto” ovvero: la trippa, il fegato, il cuore, i rognoni, i polmoni o le cervella, tutte cose che se cucinate a dovere erano e sono delle vere specialità. Oggi, con il minor tempo che  tutti dedichiamo  all’ “arte” del cucinare e la laboriosità  nella preparazione di questi piatti, solo in rare occasioni abbiamo la possibilità di  gustare  questo tipo di cucina tradizionale. Nella malaugurata ipotesi in cui l’animale ucciso non fosse perfettamente sano ed il veterinario non poteva  rilasciare il permesso alla  vendita delle carni, la carcassa del bovino doveva essere sotterrata.  Adatta allo scopo c’era una area di terreno adiacente al macello uso giardino/ frutteto, sempre di proprietà della famiglia Fabian. Ricordo il caso  di una famiglia di San Pietro che aveva dovuto seppellire una  tora ( manza che non ha ancora partorito ) di sua proprietà a causa di una malattia contagiosa ( brucellosi ).
In questi casi era consuetudine che scattasse immediatamente una gara di solidarietà finalizzata a raccogliere del denaro per aiutare la sfortunata famiglia a ricomprare un altro capo di bestiame.
Nel caso specifico era stato incaricato Sandro Bóla  ( Cesco Bolla ) all’ epoca guardia campestre comunale alla raccolta dei fondi dalle famiglie del paese.
Tutta questa poco simpatica descrizione della macellazione corrisponde alla realtà dei fatti, anche se a qualche persona sensibile può dare fastidio, (nel qual caso chiedo anticipatamente scusa) penso sia bene ricordare queste cose  prima che vadano “perdute “. Ora non si fanno più queste operazioni e le carni nelle macellerie e nei supermercati arrivano già pronte per la vendita. Infatti, i grossisti si approvvigionano nei grandi macelli nazionali dove le lavorazioni ed i controlli dei prodotti  avvengono con metodologie  industriali. Scrivendo su questo argomento non posso non  ricordare Carlo Coletti  e la moglie Elena, subentrati ai Fabian  nella gestione delle macellerie di San Pietro e di Mare.
Carlo mi raccontava che aveva lavorato in questo settore da sempre, prima a Pieve di Cadore presso la macelleria Bianchet, poi si era trasferito a Mare alle dipendenze dei Fabian ed infine si era messo in proprio; il loro principale collaboratore era Gino d’ Naio,  (Pontil Scala Gino) da Stavello di San Pietro.
Dobbiamo considerare che in quegli  anni quasi tutte le famiglie non erano dotate di frigorifero o di congelatore, per cui le volte in cui in casa si decideva di mangiare della carne la stessa doveva essere acquistata e consumata in giornata. Solo le macellerie erano dotate di apparecchi frigo, allora rigorosamente in legno, mentre la vetrina di mescita era una normale scansia non refrigerata. Passo ora a descrivere le macellerie di quegli anni esistenti nel nostro Comune: a Mare avevano la macelleria di Libero Fabian che era ubicata accanto al loro negozio di generi alimentari nel piano sottostrada nel fabbricato adibito ad albergo, venne poi spostata  alla fine degli anni Sessanta dall’ altra parte della strada  nei locali attigui all’ ufficio postale. La famiglia Fabian aveva un negozio anche a San Pietro centro, nella casa di Essio Pradetto Roman aperto solo  la mattina ed un esercizio stagionale a Cima Canale in Val Visdende, attiguo all’ albergo di Genesio Zandonella.  In  centro a  San Pietro nel 1969 aprì un’altra macelleria  Vito Cesco Casanova ( Gioia )  che funzionò fino al 1996. Andato in pensione il titolare, i locali furono affittati alla Banca Popolare Alto Adige (Volksbank ).
 Nella frazione di Valle  Silvio Soravia oltre al bar e alimentari aveva anche la vendita della carne. A Presenaio c’era la macelleria da Cecio (  Cesare Zampol De Luca ) proprio di fronte alla scuole elementari. A Costalta c’erano due macellerie, la prima a Ciaptin  di  Löna e Gelindo Pulo ( Maddalena Casanova Fuga-Gelindo Casanova Borca ) e  in Via Casanova la macelleria di Libero Maran ( Casanova Fuga), da  molti anni sono entrambe chiuse.
Ha proseguito l’ attività del padre Primo Casanova Fuga con negozio in piazza san Volfango a Presenaio, l’ unica macelleria rimasta nel nostro Comune. Fin qui ho raccontato come avveniva la macellazione dei bovini, ma per una completa ricostruzione “storica” dobbiamo anche considerare la macellazione dei maiali  (porzei ) che il quegli anni erano allevati in quasi tutte le famiglie. Qui molte volte “ l’ operazione” veniva fatta in casa con l’ausilio della  lióda  e di un buon bechèr che una volta terminata la macellazione sapesse ritagliare i pezzi  giusti per i prosciutti, le costesine  ( costicine ) le brasole ( braciole)  ecc.. Sapesse confezionare i salami e le salsicce di modo che durassero tutta la stagione invernale e oltre . Del maiale, come sappiamo, non si butta niente ed anche il sangue serviva per confezionare le gustose luganghe d sango;  quando riesco a trovarle mi piacciono ancora adesso. Sull’argomento allevamento dei maiali non possono non raccontare la storia da tutti  i miei coetanei conosciuta. In effetti la cosa avveniva qualche decennio prima degli anni Cinquanta e noi bambini l’ avevamo sentita raccontare dai nostri genitori: Al porzel d Sant Antone. In tutti i paesi esisteva la tradizione di allevare questo maiale di proprietà collettiva, tutti i paesani concorrevano alla sua crescita dandogli da mangiare le  lavadure e al  porón  ( rigovernature di cucina e siero della lavorazione del formaggio). La parte principale la faceva la locale latteria turnaria che metteva a disposizione lo scarto della lavorazione del latte dopo avervi ricavato il formaggio e la ricotta. A metà gennaio, o precisamente il giorno 17 ( Sant’ Antonio abate ) questo animale allevato con il contributo di tutti  veniva macellato e la carne distribuita alle famiglie meno abbienti che non avevano la possibilità di allevare un maiale tutto per loro. Ho ritenuto di raccontare quest’ ultima “storiella” perché  possiamo fermarci un attimo a pensare che  già i nostri avi nella loro operatività quotidiana, non priva di fatiche e sacrifici, avevano per tradizione l’ aiutare con gesti concreti chi si trovava in condizioni più bisognose rispetto allo “standard” di vita di quei tempi.


                                                 Gian Antonio Casanova Fuga

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