La
borgata di Mare è parte integrante del territorio del comune di San
Pietro e nello stesso tempo confina ed ha alcuni fabbricati ( sulla
destra orografica del rio Rin ) che appartengono al censuario del
comune di Santo Stefano frazione di Campolongo.( Ora, con la nuova
bretella realizzata alla metà degli anni Ottanta la distanza tra i
due paesi si è ulteriormente accorciata tanto da potersi considerare
un unico tessuto urbano).
Fatta
questa premessa desidero raccontare la mia esperienza di scolaro dei
primi anni Cinquanta a Campolongo.
Allora,
in compagnia di
Aquilino e Rosalia De Pol,Giorgio Cesco Cancian, Ernesto Riva
facevamo due volte al giorno il tragitto Mare Piazza San Giacomo dove
era ubicata la scuola elementare.
Sulla
facciata della scuola c’era una lastra di marmo con inciso lo
stemma sabaudo
dell’
ex casa reale italiana.
Ritengo
che la scelta di iscriverci a questa scuola fu fatta dai nostri
genitori perché per noi ragazzini era più comodo recarci a
Campolongo invece che salire fino a San Pietro centro dove avevano
sede le elementari del nostro Comune.
All’epoca
la frequenza scolastica si svolgeva con il seguente orario: lunedì,
martedì e mercoledì al mattino dalle ore 9 alle 12 e nel pomeriggio
dalla ore 14 alle 16,
giovedì
era festivo, mentre il venerdì ed il sabato sempre dalle ore 9 alle
12 e dalle 14 alle 16.
Quindi,
quattro volte al giorno ( tranne il giovedì ) si percorreva il
tragitto di andata e ritorno per la strada nazionale non asfaltata
passando per il col
d Fontanéle e
una volta arrivati
di fronte alla casa dei Bulifur
si imboccava sulla
sinistra una stradina in discesa alla fine della quale c’era una
bella fontana in pietra e sulla destra la casa di Bassuti
completamente in
legno,
si proseguiva quindi per via Geremia Grandelis e passando tra la
chiesa e un vecchio fabbricato dove dimorava Basilio
si arrivava in piazza San Giacomo dove c’era la scuola.
Basilio
era persona assai
nota per la sua prestanza fisica e caratteriale, esercitava il
mestiere di fabbro e costruttore di ruote in legno per carri,
carretti e/o carriole.
Nei
primi anni delle elementari questo percorso lo facevamo assieme
alla maestra Comis (
Elisabetta Vettori
in Comis ),
pure lei abitava
a Mare ed insegnava in questa scuola.
Allora
non c’erano i pulmini e neanche gli zainetti per inserire i libri,
noi avevamo la bòlda,
ovvero una cartella
in cartone pressato
con un gancetto centrale per la chiusura, all’ interno il
sussidiario, un quaderno a righe e uno a quadretti, la carta
assorbente, l’ astuccio in legno con le penne e i pennini, qualche
matita colorata e un lapis nero, oltre a una o più gomme per
cancellare.
Anche
in fatto di abbigliamento le cose erano abbastanza diverse rispetto
ad ora, basti pensare che molti dei miei compagni durante l’
inverno venivano a scuola con i calzoncini corti e per riparasi dal
freddo alle gambe portavano delle lunghe calze di lana fatte in casa,
alcuni avevano ai piedi i
caratteristici
zochi di legno.
L’
edificio scolastico era già allora dotato di caloriferi in ghisa
con tanto di riscaldamento centralizzato a carbone o legna.
(
In molti altri paesi del Comelico il riscaldamento avveniva con stufe
posizionate all’ interno dell’ aula scolastica).
Una
volta percorsa la breve scalinata d’ingresso al piano terra c’era
un ampio corridoio con gli appendiabiti e panchine in legno, le aule
della prima,seconda e terza classe, poi si saliva una rampa di scale
e al primo piano si trovavano le classi quarta e quinta; sul retro
del fabbricato c’era un cortile in terra battuta recintato dove nei
mesi primaverili facevamo la ricreazione.
I
pavimenti delle aule e dei corridoi erano in tavolato di legno.
Le
aule erano molto spartane composte dalla cattedra dell’ insegnante,
la lavagna in ardesia con i gessi e il cancellino in stoffa, qualche
carta geografia alle pareti, poi c’erano i banchi in legno dove
si sedevano gli alunni i quali sulla destra in alto avevano il
calamaio con l’ inchiostro per intingere le penne dotate di pennini
in acciaio, c’era poi un armadio in legno dove veniva “ stoccato”
il materiale didattico.
Con
le penne di allora le macchie d’ inchiostro non mancavano mai sui
quaderni, sul banco o sulle giacche di colore nero dei maschi o sui
grembiuli del medesimo colore delle femmine, tanto è vero che ogni
tanto ognuno doveva pulire con la
varechina
il proprio banco di
scuola.
Ho
ancora nel naso il caratteristico odore di ipoclorito di sodio che si
sentiva in classe il giorno che facevamo questa operazione di pulizia
delle macchie d’ inchiostro.
Allora,oltre
allo studio dell’ italiano ( per noi tutti una lingua straniera in
quanto eravamo abituati a pensare ed esprimerci in dialetto ), dell’
aritmetica, della geometria, della storia e geografia e delle
scienze, periodicamente c’erano anche le esercitazioni pratiche,
gli alunni più piccoli salivano al piano superiore dove assieme ai
compagni più grandi di quarta e quinta ( a quel tempo c’erano
molti ripetenti specialmente in quinta) imparavano a fare dei
lavoretti con il legno.
Ricordo
che dai tappi di sughero delle damigiane avevamo intagliato con la
britla
(temperino) un fac simile delle case del paese e fatto così un
plastico urbanistico in miniatura di Campolongo.
Ai
più bravi era toccato cimentarsi nella realizzazione della chiesa
che è a pianta ottagonale e la sommità del campanile a forma di
cipolla; il tutto era riuscito bene e alquanto simpatico da vedere e
mostrare.
Altro
lavoretto che abbiamo realizzato era la costruzione di una piccola
asta portabandiera con la punta lavorata e finita in base alla
fantasia dei vari alunni; io gli avevo dato la forma di un triangolo
con gli angoli della base arrotondati.
Molti
miei coetanei ricorderanno che in quegli anni delle scuole
elementari ad una cert’ ora della mattinata l’ insegnante aveva
il compito di somministrarci un cucchiaio di olio di fegato di
merluzzo che in effetti essendo ricco di vitamina A e D era
sicuramente utile per la nostra crescita.
Però
se l’utilità di tali vitamine era fuori discussione a noi bambini
il gusto dell’ alimento non era proprio dei più graditi, quindi
ognuno si arrangiava come poteva per togliersi il cattivo sapore
dalla bocca: chi masticava un caramella, chi un surrogato di
cioccolatino chi preparava a casa un miscela di chicchi di caffè
macinato mescolato con un po’ di zucchero.
I
libri ( ovvero il sussidiario e un libro di lettura ) ci venivano
dati in comodato d’ uso; per attenuarne l’ usura e conservare i
testi in buono stato i libri venivano da noi rilegati con la carte
velina ( così si usava allora ), poi venivano restituiti alla fine
dell’ anno scolastico.
Ogni
anno prima delle vacanze di Natale a scuola ci veniva distribuito un
regalino, tipo dei mandarini, delle noci (
cuce) e dei bagigi.
Anche
per all’ annuale festa degli alberi ci veniva dato il classico
panino con la mortadella e una bottiglietta di aranciata “ San
Pellegrino”.
Ebbene,
i libri e questi piccoli regalini di cui penso fosse la Regola a
farsi carico delle spese, sono sempre stati dati anche a noi di
Mare senza nessuna distinzione anche se eravamo foréste,
ovvero non
appartenevamo ad una famiglia regoliera di Campolongo.
Negli
ultimi due anni ( quarta e quinta ) ho avuto come maestro Gino
Pulié di Santo
Stefano, è stato un bravo insegnante che ha saputo darci una
preparazione di base che ci è servita sia per proseguire la scuola
che per affrontare le vicende future della vita.
Ricordo
che per farci ragionare e constatare con esempi pratici cosa serviva
la geometria, con la bella stagione ci portava nei prati e campi
vicini alla scuola e una volta individuato un terreno irregolare
dovevamo applicarci sul come fare per calcolare l’esatta area dell’
appezzamento.
Altra
cosa che faceva abitualmente il maestro Gino
era quella di spronarci alla risoluzione ( in tempo reale si direbbe
ora) di operazioni di aritmetica o di matematica con segni diversi;
quando mancavano alcuni minuti al termine delle lezioni chi riusciva
mentalmente a seguire e calcolare quanto diceva l’insegnante,
dichiarando il corretto risultato poteva uscire qualche minuto prima
del suono della campanella.
A
Cianplòngo,
nonostante siano passati sessanta anni dai fatti di questo racconto
ho conservato diversi amici e compagni di scuola; ne citerò due per
tutti: Bruno Pomarè
e Elvira De Zolt
che ritrovo periodicamente alle cene dei coscritti.
Gian
Antonio Casanova Fuga
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