venerdì 4 luglio 2025

LA FIERA DI SANTE

 


E’ in una giornata di pioggia che vi svolge nel 2023 a Sa Stefi, capoluogo del Comelico il primo giorno della settecentosessantaquattresima Fiera di Sante, o Fiöra di Sante come si dice nel dialetto di Costalta. Ebbene, tale avvenimento mi fa ritornare alla mente che quando eravamo ragazzini noi anziani dai capelli bianchi si aspettava la fiera come una delle più grandi occasioni di divertimento, di incontro con compagni e amici degli altri paesi della vallata e perché no, di probabile occasione per far colpo con le coetanee conosciute frequentando la scuola a Santo Stefano. Da bambini invece, ovvero fino alla elementari, mi sembra di ricordare che le cose che ci attraevano di più erano le caldarroste, castagne arrostite sul fuoco, le caròble ( carubbe ) e al mandolato, ( mandorlato ), al zùcar d varìzia, ( liquirizia ) é al zùcar d òrgio (zucchero d’ orzo ). Era anche l’ occasione per comperare la britla ( temperino ) che in primavera ci sarebbe servito a fare i subiòte ( fischietti ) con il legno di nocciolo in amó ( umore/linfa che scorre tra la corteccia e l’ alburno, più abbondante nel periodo di fioritura della pianta). Se rimaneva qualche spicciolo si poteva anche fare un giro in giostra, quella con i seggiolini attaccati alla due catenelle e che girava in tondo.

C’erano pure per i più piccoli delle bancarelle con dei giochi e palloncini riempiti con gas più leggero dell’ aria che se ti sfuggivano di mano prendevano in volo.

Una volta entrati nell’adolescenza i gusti cambiavano e le cose più ricercate erano; il tiro a segno e i giri in autoscontro, meglio se di fianco si riusciva a far sedere qualche compagna di scuola. Poi c’era la parte commerciale, riservata specialmente alle nostre mamme che approfittavano dei moltissimi banchi con ogni genere di mercanzia, avevano la possibilità di comperare, casalinghi, indumenti invernali, scarpe e scarponi da lavoro e altre cose che servivano in famiglia. Tutto questo era possibile perché i maschi ( marito e figli ) in questa occasione scendevano dai vari paesi portando al mercato del bestiame vacche, tori, manze, vitelli, capre e pecore. Ricordo che quando ero ragazzino io, questo mercato si svolgeva nelle vicinanze dell’ attuale caserma dei Vigili del Fuoco, aldilà del Padola. Ho memoria del suono dei campanacci degli animali che scendevano dai paesi di Costalta, Valle e San Pietro e passavano per Mare alle prime ore del mattino per giungere al Foro Boario di Santo Stefano in tempo per l’ apertura delle contrattazioni.

La vendita di qualche capo di bestiame dava la possibilità alle famiglie, specialmente i bacàn (importanti proprietari terrieri ) di affrontare le spese rimandate durante l’ anno in attesa di poter disporre dei denari necessari. I due giorni di fiera portavano pure della buona euforia da parte di agricoltori/allevatori che avevano concluso la vendita di uno capo di bestiame al miglior prezzo. Allora il clima era più rigido di oggi, con abbondante broda ( brina) mattutina; quindi, qualche bicchiere di vin brulé andava proprio consumato. Dobbiamo considerare che durante tutti gli altri mesi dell’ anno non si contavano i sacrifici e le fatiche per fare il fieno nei prati di valle e di monte, portare gli animali al pascolo e/o in malga durante i mesi estivi, portare il latte alla latteria turnaria e contribuire alla lavorazione del latte in base al prodotto conferito, procurarsi la legna ecc.. Quindi, giunti a fine stagione, ci stava una sana allegria e la legittima soddisfazione nell’ aver concretizzato con la vendita il frutto del proprio lavoro.

Le contrattazioni si svolgevano nel seguente modo: tra il venditore e il compratore c’era sempre di mezzo il sansèr ( mediatore), il cui ruolo era mediare tra il prezzo richiesto e quello offerto e trovare il giusto punto d’ incontro. Il tutto veniva suggellato con delle battute sul palmo della mano di una e l’ altra delle due parti.

E così si continuava finché non si raggiungeva il prezzo che andava bene a tutti due. Poi, sempre con il metodo di battere le mani a entrambi si concludeva il contratto e la cosa valeva più di un documento firmato.

Naturalmente le compravendite venivano regolate in contanti, con la carte da diecimila lire, (quei grandi fogli rosa con ai lati i due cerchi bianchi di filigrana a vista ). Questa improvvisa disponibilità di denaro dette anche allora, la possibilità a qualche bancarella gestita da furbacchioni di tirare dei “ pacchi e vendere delle cose con prezzi alquanto superiori al loro effettivo valore. Ricordo invece, qualche scherzo nostrano, fatto in modo bonario, senza recar danno alcuno; ovvero la richiesta di cambiare in contanti delle cambiali già pagate, spacciate per assegni. Poi svelato l’ arcano tutto si risolveva con un ulteriore giro di bicchieri di vino. Data l’ ora tarda in cui venivano fatte queste piccole burle, prima del rientro a casa, era consigliabile bere del caffè espresso senza zucchero per riportare alla normalità la convivenza con le bevande alcoliche. ( Anche se al tempo non erano molti in possesso della macchina e non c’era l’ attuale pericolo di riduzione dei punti alla patente di guida se superi i 0,50 g/l di alcol nel sangue). Termino questo articolo con un racconto che non è direttamente collegato alla fiera. Però, quanto ho scritto mi sembra crei l’ atmosfera giusta per riportare un aneddoto che avevo sentito raccontare nella parlata di Costalta. Nei primissimi anni Cinquanta con l’ inizio del primo benessere rispetto agli anni di guerra, si trovava all’ osteria un nostro paesano, adulto, maritato e con figli. Era un sabato sera e terminato il lavoro, trovandosi in buona compagnia, indugiava nel rientrare a casa, mentre i “giri” delle ordinazioni di vino e di qualche grappino continuavano.( Allora, pochi bevevano birra, come mi sembra vada di “moda” oggi). A una cert’ ora non vedendolo arrivare la moglie allarmata decise di fare il giro dei bar del paese per rintracciare il marito. Arrivata sul luogo dove si trovava la dolce metà, lo invitava a rientrare a casa anche con un tono sbrigativo e ben poco affettuoso. L’ uomo, infastidito dal comportamento della moglie gli rispondeva: Cioò, al càpo famöia söi iö.- E la moglie di rimando-. Si, tu es al capo1 ma iö söi al còl e fàzo giré al càpo gno vòi. Battuta a parte, mi sembra si possa affermare che nei nostri paesi, anche allora, le consorti erano le principali colonne nella costruzione ed educazione della famiglia.

Gian Antonio Casanova Fuga

1-Intendendo la testa della persona.

mercoledì 8 maggio 2024

INFRASTRUTTURE A SERVIZIO NON SOLO DI CALALZO

 

 

 

Era l’ anno 1983, quando su invito / sollecitazione di diversi cittadini residenti, con la presentazione di una petizione firmata si chiedeva all’ Amministrazione comunale di Calalzo di migliorare la strada di accesso alla località Calarbe. Il Sindaco di allora: Giacono Frescura assieme all’ assessore ai lavori pubblici Giuseppe Toffoli portarono avanti la pratica con la Regione Veneto per la realizzazione degli attuali parcheggi di penetrazione a servizio della stazione ferroviaria e del campo sportivo Agostino Lozza. L’ anno dopo furono eseguiti i lavori, appaltati all’ impresa F.lli Olivotto di Rivaldo. Sul sedime della ex Ferrovia delle Dolomiti venne realizzata la strada nuova ora intitolata a Ettore Toffoli e la sistemazione completa del tratto da località La Bella fino all’ imbocco di via De Stefani. Ricordo che la spesa totale dell’ opera fu di unmiliardoeseicentomilioni di lire, che la Regione Veneto rimborsò al Comune con versamenti annuali di ottantamilioni per vent’ anni. Anche la stazione ferroviaria Calalzo- Pieve- Cortina ricostruita con i fondi donati dagli americani negli anni cinquanta, in questi ultimi anni ha fatto grandi lavori di ammodernamento e abbellimento a cura e spese della R.F.I..Specialmente nella parte dove si accede ai binari sono stati realizzati dei nuovi ed eleganti marciapiedi e sottopassi che permettono l’ accesso ai treni in tutti i tre binari di partenza e arrivo dei convogli. Nello scorso mese di Febbraio sono state pulite con il taglio degli arbusti, dei cespugli e alcuni alberi le scarpate confinanti con la strada comunale che scende al lago. Questa opera di pulizia ha fatto riemergere l’ eccellente panorama circostante che salta subito all’ occhio del viaggiatore quando scende dal treno in terra cadorina. Ebbene, dopo quaranta anni dalla realizzazione, di queste indispensabili opere stradali pubbliche; ( pensiamo come farebbero a transitare e manovrare i grossi pullman se il piazzale di fronte alla stazione fosse rimasto cieco, come prima del 1984 )? Non sarebbe male se anche la strada e i piazzali realizzati allora, ( dove tra l’ altro corre la pista ciclabile delle Dolomiti ), potessero subire un necessario “ maquillage “. Considerato che queste infrastrutture sono a supporto; anzi, indispensabili al passaggio dei pullman, autovetture ecc, provenienti dalla strada nazionale e dirette ai campi da tennis, alla palestra al campo da calcio e alla stazione ferroviaria . Un primo e rinnovato accenno alle potenzialità del terminale ferroviario e capolinea dei trasporti urbani cadorini lo abbiamo visto ultimamente con la riattivazione del treno turistico diretto Roma-Cadore. Tra due anni arriveranno le Olimpiadi e sarebbe bello e dignitoso presentarci con un bel biglietto da visita ai viaggiatori, (strada e piazzali rinnovati ). Sia che si tratti di sportivi che sceglieranno di transitare per il Cadore per assistere alle gare di Cortina, sia che siano dei normali turisti in visita alle Dolomiti.

In seguito poi, tutto questo lavoro, se ben gestito e correttamente indirizzato potrebbe dare luogo al centro logistico e di coordinamento dei trasporti urbani del Cadore/Comelico/Ampezzano nel loro territorio interno. Servirebbe però che Trenitalia instauri dei collegamenti con le città di pianura più snelli e veloci, di modo che i viaggi in treno a scopo turistico, di lavoro o per lo svolgimenti di affari sia maggiormente attrattivo rispetto al tragitto in macchina.

E’ auspicabile la riapertura quanto prima del nuovo bar all’ interno dei locali della stazione ferroviaria, specialmente di sera i viaggiatori si trovano in una zona desertica e spesso il piazzale di partenza delle corriere è senza illuminazione. Anche una più dignitosa sistemazione dei locali dell’ agenzia della Dolomitibus dovrebbe essere trovata. Infine, sarebbe opportuna una maggiore vigilanza e presidio del sito nel suo complesso, di modo da non lasciare senza un minimo di sorveglianza gli ingenti investimenti fatti in questi anni.


- Gian Antonio Casanova Fuga -


mercoledì 10 aprile 2024

Foto bosco di Paschère nell' autunno del 2023


 

IL BOSCO DI PASCHÈRE E IL BOSTRICO

In queste giornate assolate d’ autunno guardare Paschèr dal piazzale antistante la nostra chiesa parrocchiale di San Pietro, fa veramente impressione nel vedere la quantità di piante di abete rosso secche perché contaminate dal bostrico. Mi è venuto alla mente quanto mi raccontava un nostro paesano nato a fine Ottocento. Egli mi diceva che da ragazzino andava a pascolare le capre e le pecore nei prati di Paschèr. Quindi, possiamo supporre che c’erano poche piante qua e la e la zona era prevalentemente prativa o con qualche cespuglio di nocciolo. Anche noi bambini dei primi anni Cinquanta si andava a giocare negli ampi spazio che c’erano nel bosco di allora, che si chiamavano i Burdedes, Lagato e più in alto al Pra dal Popolo ( a Campolongo lo chiamavano Rónc dal Popo ) che era la radura più ampia e spostata un po’ a destra rispetto al paese di Mare. Io, assieme ad Aquilino, Ernesto, Gigetto e Giorgio, tanto per citare alcuni nomi dei miei amici d’ infanzia si saliva fino a Pra dal Popolo per andare a mangiare le pöte da pra ( carlina bianca ) e spensieratamente si cantava la canzone alpina che inizia con queste parole: “ Il Capitano della compagnia è ferito e sta per morir .…!” Da diversi anni, per una maggiore comodità e minori costi nello scalo e trasporto del legname, in questo bosco è stata realizzata una pista forestale che da Pradolfo sale per tutto il costone. Mi ricordo che a metà anni Cinquanta i tronchi ( tàie) venivano portate a valle da una teleferica installata da boscaioli di Igne ( Longarone ) che collegava Paschèr al Pra di Frare, cioè al centro a Mare. Ora, da non competente delle dinamiche e tecniche forestali, delle quali i vari esperti ci potranno dare le spiegazioni scientifiche sul fenomeno bostrico tipografo; mi viene da pensare che se non agiamo con tempestività e determinazione il danno economico e non solo nel nostro territorio potrebbe essere grave. La costa di Paschèr ritornerebbe nella situazione di inizio Novecento, come possiamo vedere nella allegata cartolina di Campolongo stampata prima del 1915. Ho notato che: dove il bosco è reso più debole sia per i tagli dovuti agli schianti invernali, sia per i danni della famosa tempesta Vaia nell’autunno del 2018, l’ attacco di questo parassita è molto facilitato ed insistente. Ci sono sempre stati dei nei nostri boschi dei casi di bostrico, ma solo con qualche pianta isolata qua e la, subito tagliata e portata via. Addirittura venivano bruciate sul posto le ramaglie ed il particolare il cimale dell’ albero abbattuto. Penso che in questo frangente negativo che coinvolge non solo Paschèr; ma particolarmente Visdende e l’ intero Comelico, tutti dovremmo riflettere e considerare seriamente la possibilità di sviluppare ulteriormente la locale filiera del legno. Gian Antonio Casanova Fuga

Foto di Quirino in primo piano sulla destra, con Eva, Mario, io e mia mamma.


 

QUIRINO CESCO FRARE - Ricordo personale

Quirino era nato a Mare nel 1922, i genitori erano : Giulio ( Sindaco del Comune di San Pietro negli primi anni del Novecentoventi ) e Libera Casanova Stua ( portatrice della prima guerra mondiale sul fronte comeliano). Io l’ ho conosciuto da bambino, ovvero settanta anni fa, quando i miei genitori avevano appena iniziato l’ attività di bar ristorante e albergo. Infatti, la mia casa paterna dista non più di cinquanta metri dalla sua. Non ho la pretesa di fare la biografia completa della persona; non spetta a me. Desidero solamente ricordare e far conoscere ai lettori più giovani una figura speciale di cui conservo un gradito ricordo sia per il ruolo che Quirino ha svolto negli anni all’ interno del Municipio di San Pietro sia perché era sempre disponibile per le persone che avevano bisogno di scrivere una lettera a qualche ufficio pubblico ecc.. Oppure a farsi fare la denuncia dei redditi che in quegli anni si chiamava denuncia Vanoni, o anche dovevano fare il pagamento dei contributi previdenziali che allora erano espressi in marchette da applicare su apposita tessera rilasciata dall’ INPS e servivano a maturare i contributi per la pensione. Ricordo la sua bella calligrafia in stampatello minuscolo che risultava di facile e rapida lettura. Quirino, vestiva in modo elegante con abiti sartoriali e farfallino al posto della cravatta, oppure la camicia col collo sbottonato e sotto il foulard, portava la barba non lunga e ben curata; d’ estate portava gli occhiali Zilo Sport dell’ occhialeria Lozza di Calalzo. Era appassionato di autovetture di alta cilindrata che allora non erano molto diffuse nei nostri paesi. Era pure appassionato di cinema e la domenica frequentava la sala cinematografica Piave a Santo Stefano, dove abbiamo visto insieme parecchi film. Tanto per citarne due, mi vengono in mente la Tunica del 1953 e Un Dollaro d’ Onore, western del 1959. Nei giorni feriali della settimana molte volte egli si spingeva fino a Domegge al cinema San Giorgio. Da giovane egli aveva soggiornato per diverso tempo a Venezia, dove abitava e lavorava presso le Poste zia Gigetta, ovviamente si era fatto degli amici veneziani. Ricordo che d ‘estate era in villeggiatura a casa sua un di questi amici di Venezia che noi bambini conoscevamo come siór Armando. Egli era appassionato di aeromodellismo e faceva volare dalla Vàra di Frare un piccolo aeroplano fatto con il legno di balsa che ci lasciava a bocca aperta nel vedere l’ evoluzioni che compiva in aria. Ho anche in mente i giorni che abbiamo passato assieme nella brutta avventura dell’ alluvione del settembre 1965, quando le nostre case hanno rischiato di finire inghiottite dalla piena del Piave. Dato il suo carattere gioviale Quirino aveva molti amici in paese e fuori, dei quali ricordo due in modo particolare: Toni d Ilga e Artemio da Zima Mare. Una volta andato in pensione, data la sua esperienza in contabilità aziendale collaborò con diverse imprese del posto tra cui i F.lli Da Rin idraulica di Santo Stefano e ultimamente con la segheria e commercio legnami di Ginio Campanaro ( Virginio De Pol) a Cima Gogna. Inoltre, assieme a Mirco Cesco Gasperutto fondò la fabbrica OMM che aveva il primo stabilimento nel piano sottostrada della sua casa di abitazione. Quirino morì nel 1987 e fu sepolto nel cimitero di San Pietro; quando passo per un saluto a mia mamma, mi ricordo anche di lui e delle moltissime altre persone che ho conosciuto e che li riposano. Gian Antonio