Prima
della disastrosa alluvione del settembre 1965, dalla piazzetta Garibaldi a Mare
sul lato destro della strada (direzione Sappada) c’erano due sentieri che
portavano al boschetto dell’Impero.
Un sentiero passava di fianco alla casa e al tabiè
de Flize d Coco e un altro correva adiacente alla casa di Tilio Campanaro.
Certamente il nome (impero) alla località fu dato
negli anni 1936/1937 a seguito rimboschimento del terreno fatto dall’amministrazione
comunale di allora.
In precedenza il posto era ghiaioso
e ricco di cespugli e alberi di ontano (aune).
Nel terreno fertile erano cresciute
delle belle piante di abete rosso e all’interno della zona alberata c’era uno
spiazzo con fondo sabbioso che era stato adibito a campetto di calcio.
Tra il bosco dell’Impero e i prati
di Pascher scorreva tranquillo con le
sponde irrobustite dalle arce il
fiume Piave, la fine del boschetto
verso Campolongo era delimitata dalla confluenza dal Giò d Rin con la Piai.
Questa amena località molto vicina al
paese era per noi ragazzi e ragazze degli anni Cinquanta/Sessanta il nostro
“parco giochi”; passavano interi pomeriggi del giovedì e del sabato, e quanto eravamo
liberi da impegni scolastici intere giornate, specialmente nei mesi estivi.
Durante le partitelle di calcio succedeva
spesso che un tiro in porta non fosse parato
dal portiere e il pallone finisse nel
fiume, allora bisognava rincorrerlo ed entrare nell’acqua a riprendersi la
palla prima che la corrente se la portasse via.
In luglio e agosto si faceva il möio, ovvero una nuotata nel Piave ( che
allora non era inquinato ).
Proprio
di fronte al boschetto nella riva di Paschere c’era un grande sasso quadrato di
circa quattro metri per quattro e altro circa due metri e cinquanta; proprio
vicino a questo masso il fiume formava una concentrazione di acqua che
consentiva di immergerci fino al collo e tentare così di nuotare facendoci
portare dalla corrente.
Sopra questo grosso masso si saliva per
prendere il sole e far asciugare gli indumenti adoperati per fare il bagno.
Durante l’estate uno dei passatempi
preferiti era la costruzione di una capanna con rami e fogliame dei cespugli di
nocciolo o con i rami di abete.
; Qualche volta, con l’ausilio di
alcune tavole la capanna la costruivano sugli alberi ad una discreta altezza da
terra.
Realizzata così la “casa” del gruppo
si approntava un forno all’aperto per cuocere le vivande, usavamo sassi e argilla
che erano abbondanti sulle sponde del
Piave.
Poi tutti i componenti la compagnia
erano chiamati ad eleggere un “capo”
che
aveva il compito di coordinare i vari giochi e indicare i lavori da fare per
mantenere in ordine l’accampamento.
Ciò era anche un modo per mantenere saldo l’affiatamento del
gruppo.
Formata la squadra, ognuno portava
dello zucchero da casa e l’addetto alla cucina preparava al zucar d orgio, gustoso alimento quando non risultava bruciato
per l’inesperienza del “cuoco”.
All’ inizio dell’ autunno ( in quegli anni la
scuola iniziava ad ottobre) cucinavamo anche delle patate lesse o arrostite
nelle braci del nostro forno.
Nei mesi di luglio e agosto nel
bosco dell’Impero venivano spesso a giocare anche dei ragazzini e ragazzine delle
colonie che erano da noi in villeggiatura.
C’erano infatti nel paese di Mare le
colonie montane di Mirano (VE) e di Rovigo e a Cima Mare la colonia Trombelli
di Bologna.
La sponda orografica destra del
Piave era situata subito dopo il boschetto, ed era considerata una spiaggia a
tutti gli effetti, si poteva prendere il sole e bagnarsi nelle acque del Piave,
molto frequentata nei mesi estivi dai siore
(turisti) ospitati negli alberghi o nelle case che affittavano appartamenti.
Concludo questo mio ricordo dell’
infanzia con i nomi dialettali di alcuni dei giochi in voga quegli anni.
Diè a: bala e bus, la brusa, sotà la
cavalöta, foradic, ladre e carabiniere, i morte, al nono, le nine, sautà la
corda, pultrico, sparà con carburo.
-Gian
Antonio Casanova Fuga-
Non c'erano i telefonini ma noi ci divertivamo lo stesso e anche molto.
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